DEL "DIVERSO" ESILIO - ESEGESI DI UN AGGETTIVO FOSCOLIANO

di Salvatore Delli Paoli


Un interrogativo: perché Ugo Foscolo definisce “diverso” l’esilio di Ulisse in quel sonetto che tutti hanno studiato a scuola, qualcuno in tempi di altra scuola, molto differente da quella attuale, e addirittura imparato a memoria, quando la memoria non era come ora disconosciuta, ma considerata come uno strumento essenziale per la comprensione della parola poetica?

Se leggo a piè pagina le note dei vari commentatori, trovo le interpretazioni più disparate. “Diverso” perché lo porta di qua e di là. “Diverso” perché la sua è un’esperienza eccezionale che non può essere paragonata a quella di uomini comuni, visto che ad essere protagonista di tale esilio “diverso” è appunto Ulisse, l’eroe, ma non semidio, si badi, della tradizione mitologica greca, bensì un uomo, sia pure un uomo eccezionale. “Diverso” perché fonte di una esperienza di vita vissuta in un ambito strano in quanto ricca di fatti insoliti. Sono definizioni che dicono tutto e niente. Lasciano l’amaro in bocca perché non appagano. Mai come in questo caso la parola poetica è pesante. La si può misurare con il metro della logica e della scienza dei significati del termine. E sarebbe una sorta di violenza. Non c’è nulla di peggio che voler commentare un testo poetico, trascrivendo il linguaggio usato dal poeta, in una sorta di traduzione che è sempre un tradimento. La versione in prosa, una delle tecniche delle vecchie scuole era un esercizio utile alla comprensione propedeutica, ma implicava una banalizzazione del testo, se essa non fosse stata integrata, come in verità sempre avveniva, con il commento interpretativo. E allora perché “diverso” questo esilio? Il sostantivo e l’aggettivo giocano nello stesso campo semantico, è come una sorta di endiadi che rafforza il concetto. Esilio è da “exsulare” ove la preposizione ex indica chiaramente un partire da un posto (un’isola), un allontanamento, una separazione. E’ lo stesso campo semantico cui ricorre Carducci in un’altra famosa poesia, la straordinaria “San Martino”, quando parla degli “esuli” pensieri del cacciatore che fischietta sull’uscio di casa. Per Carducci, però, l’idea dell’esilio si mescola alla ricerca di una nuova patria, diversa dall’oggi, forse è un pensiero di natura metafisico. Le rondini lasciano l’inverno incombente e sono accompagnate dai pensieri esuli del cacciatore che vorrebbe, esiliandosi dall’oggi, ritrovare il calore di una patria senza inverno, come dire senza tempo. L’esilio di Foscolo, invece, ci riporta alla terrestrità. Al tempo e allo spazio. Almeno qui in “A Zacinto” la storia non viene ancora sublimata nel meta-mondo del classicismo, che alimenterà l’esperienza di Didimo Chierico. L’esilio si disperde nel mondo ed è nel mondo che esso diventa “diverso” ove la preposizione latina che indica l’allontanamento è, non a caso, “de” che indica a rigore un allontanamento dall’alto verso il basso, un volgersi “de-verto” verso il mondo, un distogliersi che però non si rifugia nell’empireo di un mondo altro ma che trova il suo approdo nelle esperienze conoscitive del tempo e dello spazio, ovvero nella storia di cui si è partecipi, da cui ci si lascia trascinare e travolgere proprio per sete di conoscenza. In questo senso l’allontanamento dalla patria, presente nella nozione di esilio si congela, si rafforza e si specifica nella sua funzione di “divertimento” a cui questo esilio ci sottopone mediante un’ubriacatura di esperienze grazie alla quale si acquista insieme fama e sventura, insomma si vive, nell’unica forma attraverso la quale l’uomo, secondo Foscolo, possa vivere, ovvero fuggendo da, trasferendosi in un altrove storico che compensa, gratifica, e in qualche misura appaga, come ogni conoscenza raggiunta, senza eliminare tuttavia l’angoscia costante dell’esistenza, nella dimensione di un mondo entro cui l’essere può solo trasgredire. In questo senso il ritorno in patria, il compenso finale della patria ritrovata, è legittimo ed appagante. La morte qualora dovesse venire, segnerà per Ulisse il culmine dell’esperienza storica, il momento supremo che viene ad essere una sorta di naturale ritorno alla terra, un riprendersi e una riassunzione di senso in una fine pienamente riconosciuta come ineluttabile e non disperata. E’ a questo punto che si colloca la differenza tra Ulisse e Foscolo-Jacopo. A quest’ultimo è infatti destinata una morte senza ritorno in patria. Ma nel divenire del mondo umano e poetico del Foscolo ci sarà un tempo in cui lo iato si colmerà: è il mondo dei Sepolcri, in cui la disperazione può trovare compenso in una “diversità” illusoria che implica l’azione. Certo il presupposto ideologico è difettoso, l’impostazione filosofica approssimativa, l’illusione ci illude appunto e ci consegna all'impegno: che pasticcio. Eppure la storia, forse, in nome di questo pasticcio può essere recuperata alla civiltà, anzi è stata salvata proprio da questo pasticcio. Forse che Vico non ci ha insegnato che l’uomo da belva che era è diventato tale tramite un’illusione, attraverso valori spirituali in nome dei quali l’istinto è stato superato dal sentimento, e il sentimento si è tradotto in istituzioni civili? Dunque solo il “divertimento” può essere creatore di senso, almeno nei tempi brevi, nella lunghezza di un’esistenza, di una generazione, di secoli, prima che i secoli diventino millenni o milioni di anni, a spazzar via ogni prodotto dell’umano “divertimento”, anche le illusioni. A quel punto, però, non resta che la satira amara di Didimo Chierico, autore del velleitario sogno delle Grazie. Nessun “divertimento” è più possibile.

Salvatore Delli Paoli

In “Mosaico”, VI, 2019, pp. 102-103

ISSN 2384-9738

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