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GIORDANO GAETANO PRIMO ARCIVESCOVO DI CAPUA DELL'ETA' ARAGONESE

Una magistrale biografia di Giancarlo Bova che diventa anche una storia del territorio capuano ove spiccano le vicende della “villa nova” di Marcianise e il matrimonio celebrato nella casa di Nicola Gentile nel cuore del castello di Marcianise.



Giordano Gaetano, nato probabilmente a Fondi nel 1419, fu eletto arcivescovo di Capua nel 1447 e resse la diocesi fino alla morte nel 1496. Fu lui il primo arcivescovo vissuto in età aragonese e durante il suo ministero vide le contraddizioni e le glorie di un’importante storia della chiesa locale capuana sia della vecchia (vetere) Capua (oggi Santa Maria Capua Vetere) che della nuova, quella riedificata dai Longobardi sulle rive del Volturno nel 856.

Il suo lungo governo di poco meno di cinquant’anni iniziò con una generale riorganizzazione della diocesi, prostrata dalle ultime tristi vicende che avevano visto il sanguinoso trapasso dalla dinastia angioina a quella aragonese, quando il territorio fu devastato e sconvolto dalla guerra tra i partigiani della casa di Francia e in particolare di Renato d’Angiò e quelli di Alfonso d’Aragona che vinse alla fine la partita entrando in Napoli nel 1442 e diventando re con il nome di Alfonso I, cui fu aggiunto successivamente l’appellativo di Magnanimo.

Giancarlo Bova il noto studioso del medioevo di Terra di Lavoro che ha rivoluzionato buona parte delle convinzioni finora diffuse e acriticamente riprese, dando finalmente il sostegno documentale alle sue nuove interpretazioni, stavolta non si limita a leggere, interpretare e mettere in circolo edizioni critiche delle pergamene ma fa un lavoro di storico tout-court collazionando, interpretando e dando una continuità narrativa alle informazioni paleografiche, desumendone, da accorto conoscitore del materiale, indicazioni di straordinario interesse, che servono ad arricchire una vita e darci un quadro ricco del territorio.

Il volume (Giancarlo Bova, Giordano Gaetano Arcivescovo di Capua nel ‘400, Palladio Editrice, Salerno, pp. 247, euro 40) è una vera e propria perla della ricerca storiografica, ancora più apprezzabile visto lo stato delle fonti notarili dell’epoca molto rare, dopo l’incendio del grande archivio di Napoli dovuto all’azione barbara delle truppe tedesche che il 30 settembre 1943 diedero fuoco coscientemente ai documenti trasferiti a San Paolo Belsito, in particolare a quelli angioini ed aragonesi.

Così le pergamene di Capua sono diventate ancora più preziose e ancora più significativo di conseguenza il già meritorio lavoro di Giancarlo Bova che le sta riportando alla luce. Del resto il patrimonio pergamenaceo capuano che Gabriele Iannelli (fondatore del Museo Campano) nell’Ottocento faceva ammontare al numero di 10.000 pergamene, ridottosi nel tempo alle 6000 attuali consultabili secondo i dati riportati dallo studioso capuano, è profondamente conosciuto da Bova che ricevette dall’arcivescovo di Capua Luigi Diligenza (1978-1997) il compito di procedere alla pubblicazione del Corpus Membranarum Capuanarum, che conta attualmente la pubblicazione naturalmente ad opera di Bova di ben 19 volumi per un totale di cica 2200 pergamene che vanno da quelle longobarde, a quelle normanne, sveve, angioine e aragonesi (queste ultime non ancora del tutto completate).

L’ultimo volume è il quinto della serie delle pergamene aragonesi uscito contempora-

neamente alla biografia dell’arcivescovo Giordano Gaetano. Esse coprono il periodo che va dal 1455 al 1459, cinque anni che vedono il presule capuano impegnato nel grande compito di cooperare con l’iniziativa di papa Callisto per l’approntamento della flotta da impiegane nella crociata contro i Turchi.

Nel volume dedicato alla biografia del Gaetano, Bova mette sotto esame le pergamene aragonesi e dal corposo voluminoso fascicolo (oltre 1700 pergamene del 1400) tira fuori i dati che disegnano il tempo e l’opera di Giordano Gaetano, patriarca antiocheno dal 1485 e per rendere ancora più chiaro il disegno di insieme collega il Gaetano ai suoi due immediati predecessori gli arcivescovi Filippo Barile (1406-1435) e Nicola d’Acciapaccia (1435-1447), che sono appunto gli ultimi due presuli dell’età angioina che hanno retto la diocesi prima del Gaetano.

In questa nuova storia riscritta tramite le pergamene salvate dal meritorio studio di Bova un posto di primo piano occupa Marcianise. La novità più rilevante che la riguarda sta nella sequenza di citazioni che a partire dal 1228 e almeno fino al 1417 riferiscono di una villa nova sorta nel territorio di Marcianise. Tali nuovi insediamenti nella tradizione paleografica alludono senza alcun dubbio a processi di disboscamento del territorio per guadagnare nuovi spazi ad una città che tende ad ingrandirsi.

Tali fenomeni inoltre sono da collocarsi in genere con la ripresa economica che caratterizza lo sviluppo urbano e nel caso di Marcianise, così sottolinea Bova, all’incremento di una attività agricola che da sporadica tende a divenire sempre più intensiva, quella della coltivazione della canapa. Questa coltura, introdotta nelle nostre contrade alla metà XII secolo grazie ai traffici con la Romania e il Mar Nero, richiede molta mano d’opera che ha bisogno quindi di nuovi spazi ove risiedere. La località “villa nova” non è del tutto identificabile con sicurezza ma alcuni indizi paleografici orientano verso una collocazione prossima al nucleo urbano di Marcianise confinante con una terra della chiesa di “Sant’Angelo de Marchanisio”. Pare quindi di capire che si tratti nel nostro caso di un allargamento dell’area periurbana oltre la cinta muraria del “castrum” di Marcianise. Ed io propendo a credere ad un allargamento in direzione ovest dove non a caso fu spostata la Casa Santa dell’Annunziata dopo la fondazione presso l’attuale chiesa della Madonna delle Grazie (nel cuore della Marcianise storica) intorno ai primi decenni del secolo XIV (la prima citazione della Annunziata di Marcianise rimonta al 1336).

Per chi avesse interesse a questi avvenimenti relativi alle iniziali collocazioni della Chiesa della Santissima Annunziata di Marcianise rimando al mio volume

"La Chiesa della Santissima Annunziata di Marcianise nel Settecento".

Sappiamo che da questa sede la chiesa dell’Annunziata fu trasferita e ricostruita nella zona dell’attuale piazza della Carità, che può coincidere con la “villa nova” di cui parlano le carte ove appunto i governatori trovarono lo spazio per impiantare il nuovo tempio con l’ospedale annesso, servita per di più da una “via publica noviter facta” come è detto nella pergamena del 22 marzo 1450, sempre pubblicata da Bova.

Una via pubblica che partiva dal centro del “castrum” e doveva portare certamente verso l’esterno del castello medesimo. Come non pensare che l’esigenza della nuova strada sia nata proprio dalla necessità di collegare il centro del castello con la zona dove stava sorgendo la nuova chiesa dell’Annunziata nella “villa nova” di cui abbiamo largamente parlato sopra? Certo non c’è la prova lampante ma è indubbio che alla metà del XV secolo l’Annunziata di Marcianise era già divenuta una chiesa ed un ente con un ospedale di un certo rilevo che non poteva non essere dotata di una via pubblica di accesso.

E il grosso impegno per la realizzazione di un’opera di questo livello non sarebbe stata possibile se la città non avesse avuto un numero sufficiente di abitanti che ne richiedevano la realizzazione e partecipassero alla sua costruzione come conferma la platea dell’Annunziata che sottolinea il largo concorso di popolo che partecipò alla sua costruzione nella nuova sede fuori le mura e a maggior ragione parteciperà al suo ampliamento a partire dal 1520.

Una parte consistente degli abitanti di Marcianise erano ormai da tempo dediti alla coltivazione delle canapa che si aggiungeva alle altre produzioni diffuse a Marcianise, in particolare quella del grano che era senza dubbio la prevalente. La coltivazione della canapa nacque in aggiunta soprattutto per sfruttare gli invasi prodotti dalle esondazioni del Clanio (Lagno), visto che tale produzione richiedeva l’esistenza di un corso d’acqua capace di alimentare gli invasi e le vasche essenziali per la macerazione del prodotto.

Questa attività come ormai ha dimostrato Bova fu diffusa nel nostro territorio a partire dalla metà del XII secolo e resta presente in modo sempre più ampio negli anni successivi come testimoniano le carte pubblicate dallo studioso capuano che attestato l’esistenza di cognomi e località, desunti dal mondo della canapa come ad esempio “Cannalonga”, con un “Guaferio Cannalonga” (1161) e una località “Cannalonga” in un documento del 1221. Nel contempo il lessico testimonia lemmi come “cannolese” (1208), “funarius” (1214), “cannabarius” (1230).

Un altro caso emerso dalla pubblicazione del Bova riguardante sempre Marcianise attiene alla celebrazione di un matrimonio che non avviene però in chiesa ma in casa della sposa alla presenza del notaio, dei giudici e dei testimoni. La sposa è “Flora de Gentilis” figlia di Nicola “de castro Marzanisi”, lo sposo è “Giovanni Meffe de eodem castro”. Entrambi i cognomi, divenuti oggi Gentile e Maffei, sono tuttora diffusi a Marcianise.

Il matrimonio “civile” viene effettuato per evidenti motivi giuridici attinenti alla spartizione patrimoniale e secondo principi che rimontano al diritto longobardo ancora attivi nel territorio capuano alla metà del secolo XV. Il documento pubblicato da Bova rimonta all’8 febbraio 1455. Flora agisce con l’autorità del padre che la esercita in qualità di “mundualdo”, ovvero detentore del “mundio” (protezione) che garantiva l’efficacia giuridica delle sue azioni. Nonostante l’antichità dell’istituto le parole che esprimono i due sposi sono modernissime. Così dice Flora “Ego volo et accipio te Iohannem in verum, carum et legittimum maritum” (Io voglio e accetto te Giovanni in vero, caro e legittimo marito). E Giovanni “Ego volo et accipio te in meam veram, caram et legittimam uxorem” (Io voglio e accetto te in mia vera, cara e legittima moglie).

A concedere Flora allo sposo è naturalmente il padre che stringendole la mano destra la consegna al futuro marito. Il padre della sposa, infatti “dictam Floram per manum dexteram recipiens” la diede in sposa a Giovanni. Questi “Floram in suam legittimam uxorem recipiens, anulo fidei subaravit, zona maritali precinscit, osculatus fuit eam, et secundum legem sibi eam sociavit et fecit uxorem” (Ricevendo Flora come sua legittima moglie, le inserì al dito l’anello maritale, le cinse il giro di vita, la baciò, la prese in moglie secondo la legge). Altre parti riguardano l’aspetto patrimoniale e a conclusione dell’atto, apprendiamo che questo venne steso “intus districtum Marzanisii prope domum dicti Nicolai” ovvero nel distretto di Marcianise nella casa del detto Nicola. Per distretto si intende il centro della città limitato dal perimetro delle mura del castrum. A giustificarlo l’esigenza di tutelare i diritti ereditari di Giacomo figlio di Flora e dunque la preesistenza del figlio al momento del matrimonio giustifica l’esigenza dell’atto notarile stilato per la circostanza dal notaio Enrico Falcone, “habitator castri Loriani”, abitante del castello di Loriano, da poco costruito, come sembra testimoniare un’altra pergamena del 1449, sempre pubblicata dal Bova, ove appare la prima citazione del “castrum Loriani” di Marcianise.


Salvatore Delli Paoli.



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