Il Potere della Miseria

Aggiornato il: 31 dic 2019


La congregazione di Carità di Marcianise tra Ottocento e Novecento di Salvatore Delli Paoli



Il volume, uscito la prima volta nel 1998, è stato ristampato nel 2002. Esso costituisce uno studio del tutto originale sulla Congregazione di Carità di Marcianise, l’ente di beneficenza che raccolse l’eredità dell’antichissima Casa Santa dell’Annunziata di Marcianise. Una storia per molti versi esemplare: nata per sovvenire i bisognosi questa istituzione divenne, in pratica, uno strumento di potere, appunto il potere della miseria, nelle mani delle poche famiglie di possidenti locali che ne ebbero la gestione. Questo l’indice:

- Introduzione;

- Capitolo primo: L’attività di beneficenza e di assistenza in Italia tra Ottocento e Novecento;

- Capitolo secondo: La Casa Santa dell’Annunziata di Marcianise - a) Le origini - b) La Casa Santa dalle origini alla metà dell’Ottocento;

- Capitolo terzo: La Congregazione di Carità di Marcianise; - Capitolo quarto: Giovan Battista Novelli e la Congregazione di Carità di Marcianise;

- Capitolo quinto: L’opera di Amedeo Anselmi e le Istituzioni pio-umanitarie “Giovan Battista Novelli”;

- Capitolo sesto: Il fallimento della riforma di Amedeo Anselmi e le prime gestioni commissariali;

- Capitolo settimo: Vicende dell’amministrazione ordinaria (1890-1902) – a) Le denunce di Domenico Santoro;

- Capitolo ottavo: La gestione straordinaria di Ettore Novi - a) Le inchieste di Ciro Lamberti e Nicola Bellini - b) Le proposte di riforma di Adolfo Pannone (1902-1906);

- Capitolo nono: La gestione straordinaria del regio commissario Francesco Cossu;

- Capitolo decimo: L’inchiesta Bladier e l’opera del commissario Umberto Rossi;

- Capitolo undicesimo: Il declino;

- Postilla conclusiva.

pagine 447.


Salvatore Delli Paoli, IL POTERE DELLA MISERIA. La Congregazione di Carità di Marcianise tra Ottocento e Novecento, Edizioni Stampa Sud, Curti, 1998 (prima ristampa 2002).


L'introduzione al volume (pp. 1-8). - 1998.

INTRODUZIONE

Questo studio traccia la storia di una nobile e plurisecolare istituzione marcianisana che, nel corso del tempo, ha avuto diverse denominazioni: Casa Santa dell'Annunziata, Congregazione di Carità, Opere Pie Raggruppate; e per qualche periodo (anche lungo) alcune di queste varie titolazioni si sono intersecate tra di loro, rendendo a volte difficile, a chi non conoscesse precedenti cronologici ed antefatti, di venirne a capo, tanto è vero che ancora oggi a Marcianise si parla indifferentemente, volendosi riferire alle istituzioni benefiche dell'Annunziata, delle opere della Congrega, o delle Istituzioni Novelli, mentre comunemente si tende a confondere l'Annunziata come chiesa, con la Casa Santa dell'Annunziata, come ente.

Da questo punto di vista questa ricerca mira anche, su di un piano informativo, a dare razionalità ed ordine alla successione degli avvenimenti, anche se, in particolare, essa si indirizza al periodo, a mio avviso, cruciale dell'intera sequenza e che riguarda soprattutto gli anni che vanno dalla seconda metà dell'Ottocento ai primi decenni del Novecento: gli anni decisivi della Congregazione di Carità di Marcianise, durante i quali, proprio nel momento del suo massimo fulgore, l'ente di beneficenza inizia paradossalmente e inesorabilmente a declinare.

Le vicende quindi che sono antecedenti e successive a questa fase trovano uno sviluppo più limitato: le prime per la necessaria e indispensabile comprensione di quella; le seconde per dare risposta alla legittima curiosità di chi vuole chiusa anche in termini temporali l'intera parabola.

In ogni caso il quadro d'insieme che emerge offre la possibilità di valutare la storia complessiva dell'attività di assistenza e di beneficenza a Marcianise dal suo sorgere al suo compiersi e da ciò può emergere una considerazione, per certi aspetti, ovvia: che Marcíaníse, cioè, ha conosciuto nella sua storia il permanere di una costante attività di soccorso nei confronti dei poveri e degli indigenti in genere che sicuramente nobilita la sua gente e dà la documentazione di un'anima popolare profondamente intrisa di spirito solidaristico quale componente non secondaria del suo naturale sentire cristiano.

In questa affermazione mi sento sicuramente solidale con quanto scrive il caro amico Nicola Letizia, che, nel suo volume "Marcianise, centro di cultura e d'arte", afferma recisamente che "la vicenda storica della gente marcianisana irradia un umanitarismo attivo e fattivo, le cui realizzazioni concrete sono monumenti insigni di virtù civica e di umana solidarietà".

E tra questi monumenti insigni di virtù civica e di umana solidarietà, per ripetere le nobili parole di Letizia, il più importante, il più durevole nel tempo e il più efficace è sicuramente la Casa Santa dell'Annunziata, le cui origini, in qualche misura, si connettono alle stesse origini medievali di Marcianise, quando l'ente nacque e si diffuse come espressione prima di una "pietas" che a Marcianise non è stata mai vissuta all'interno di uno stretto rapporto di coscienza individuale, ma si è sempre arricchita dell'esigenza del rapporto solidale con gli altri, i meno favoriti, i bambini, gli anziani, gli ammalati, i poveri e chiunque si trovasse in condizioni di bisogno, per sventura o per condizioni di disagio fisico o sociale.

Certo alla base delle donazioni affluite all'ente, che ne costituirono fin dall'inizio il patrimonio (provenienti particolarmente, ma non esclusivamente, dalle persone ricche o benestanti di Marcianise e dintorni), stava anche l'esigenza (che a noi moderna può sembrare in qualche misura strumentale) dell'elemosina vista quasi come viatico per la salvezza dell'anima, in ciò ubbidendo ad una concezione tipica del Medioevo che considera il povero e il beneficio al povero, come meglio si vedrà a suo luogo, quasi l'impegno obbligato di una vita cristiana perfettamente vissuta. E' indubbio, però, che qui a Marcianise questo sentire devozionale ebbe un seguito particolare, per la vistosità del fenomeno venuto a caratterizzare un centro relativamente di modeste dimensioni capace di fondare, insieme alla Casa Santa, anche altre istituzioni di beneficenza, come il Monte dei Pegni, e le numerose Confraternite religiose, alcune di queste, sia pure con mutati obiettivi, ancora presenti a Marcianise.

Questo studio, però, nella parte specificamente dedicata alla Congregazione di Carità, racconta anche la storia di una occasione mancata, di un grande progetto parzialmente abortito: quello di una istituzione di beneficenza e di assistenza che avrebbe potuto contribuire, per i mezzi che ebbe a disposizione, a lenire sensibilmente la sofferenza della miseria e a fare di Marcianise un centro che, prima degli altri e prima ancora che si diffondesse una concezione moderna del tema dell'assistenza, si incamminasse su di una strada di sviluppo di servizi sociali idonei ad offrire alla piccola patria marcianisana e in particolare ai suoi abitanti più svantaggiati un benessere invidiabile.

Quegli obiettivi furono solo in piccola parte raggiunti: certo molti vecchi videro i loro ultimi anni confortati dalla presenza di suore che li assistevano amorevolmente; molti "esposti" (come venivano definiti i bambini abbandonati alla nascita) ebbero un futuro; molti orfani furono avviati alla strada dell'istruzione o dell'acquisizione di un mestiere; molte fanciulle potettero sposarsi grazie ai dotaggi concessi dalla Congregazione di Carità; molti bambini furono accolti nell'Asilo infantile; molti poveri ricevettero le cure del locale Ospedale; molti contadini ed artigiani potettero sfruttare le provvidenze creditizie offerte dalla Cassa di prestanze.

E per quanto possa essere stata vasta questa funzione di assistenza (e fu davvero vasta) noi ci sentiamo di dire che fu modesta, che toccò solo la superficie del problema e non seppe incidere sulle reali cause della miseria, cui la Congregazione avrebbe potuto recare, se non un rimedio radicale, almeno un efficace contributo alla loro progressiva eliminazione.

Invece i beni della Casa Santa dell'Annunziata, prima, della Congregazione di Carità, poi, ed infine delle Opere Pie Raggruppate vennero impiegati quasi sempre in modo strumentale o addirittura improvvido, in maniera ancora più accentuata quando il già cospicuo patrimonio della Congregazione, valutato intorno al milione e mezzo di lire del 1880, venne ad accrescersi dei tre milioni e mezzo di lire circa lasciati in beni di varia natura dal canonico Giovan Battista Novelli.

Una cifra che sgomentava per la sua entità ed alimentava appetiti di varia natura: una cifra che pose l'amministrazione della Congregazione di Carità di Marcianise al centro di interessi molteplici, di voglie di predominio, di caparbia lotta per impossessarsi della gestione di quell'ente, così smisuratamente ricco.

Ed egemonia di potere, appunto il potere della miseria, contrassegnò la gestione della Congregazione di Carità negli anni tra Ottocento e Novecento, quando più intensamente essa si espresse, alimentata da un sistema di occupazione fisica dell'ente fondato sull'esistenza di un blocco parentale e sociale (a base economica prevalentemente agraria) molto compatto e ristretto (come è naturale in un centro relativamente piccolo come Marcianise), che operò, a volte in accordo al suo interno, a volte con tensioni e frizioni notevoli, per una gestione clientelare dell'istituto, con episodi di malcostume, se non proprio di corruzione, addirittura macroscopici, sempre denunciati dai vari commissari regi o prefettizi che periodicamente intervennero nel tentativo di riportare la legalità e, in qualche caso, di dare un futuro moderno ad una istituzione di beneficenza, che era la prima della provincia di Caserta e tra le prime d'Italia.

Ad alcuni di questi commissari, in assenza di una reale progettualità emersa dalla classe dirigente locale, la cui ricchezza prevalente, come si è detto, era data dal reddito agrario, non mancarono certo le idee per portare avanti iniziative di modernizzazione capaci di rendere realmente efficace l'intervento assistenziale, ad incominciare dal primo di questi, Amedeo Anselmi chiamato alla guida della Congregazione di Carità di Marcianise a gestire i complessi problemi connessi con la liquidazione dell'eredità Novelli. Anselmi, che era un uomo che di quei problemi si era interessato e, successivamente alla sua reggenza alla Congrega­zione di Carità di Marcianise, continuerà ad interessarsi a livello nazionale, come membro autorevole della Commissione d'inchiesta sulle opere pie presieduta da Cesare Correnti, concepì un futuro delle Istituzioni Novelli, in sintonia con la riflessione più moderna in materia, in modo da fare della Congregazione di Carità di Marcianise un ente erogatore di

servizi sociali (come nel caso dell'Orfanotrofio), mirati non solo al sollievo della classe povera, ma anche al sostegno del piccolo coltivatore o artigiano, destinatari dei modesti prestiti la cui erogazione egli affidò alla Cassa di Prestanze appositamente costituita.

Il progetto Anselmi venne sostanzialmente smantellato, nel giro di pochi anni, nonostante il velleitario tentativo di Nicola Marcone, altro regio commissario, ingiustamente accusato di essere stata la causa prima del fallimento dell'Orfanotrofio maschile e femminile, e che invece, a mio parere, fu quello che cercò, certo con molti errori di gestione, di rilanciare il programma assistenziale elaborato da Anselmi che l'insipienza e la colpevole negligenza degli amministratori locali avevano sempre avversato, nel tentati­vo, ahimè riuscito, di continuare a mantenere una struttura dell'ente che si limitasse, secondo i loro gretti interessi, ad erogare essenzialmente sussidi.

Il commissario che gli succedette, Eduardo Rebulla, questi sì, smantellò del tutto quell'idea forte, operando in sintonia con gli interessi locali, avendo così facile gioco nel suo programma restaurativo, grazie anche ad una gestione amministrativa che Marcone aveva fortemente appesantito di esposizioni debitorie: si potrà dire che Rebulla non poteva fare altrimenti dinanzi al disastro finanziario, ma non si potrà certamente contestare la progettualità di Marcone, che aveva concepito, in modo molto moderno, un destino per l'Orfanotrofio che lo facesse divenire una vera e propria scuola professionale di avviamento al lavoro dei campi.

Gli avvenimenti successivi della Congregazione confermano sostanzialmente l'involuzione avviata con l'amministrazione straordinaria di Rebulla con la riproposizione di una politica dell'assistenza operata secondo vecchi modelli, alcuni anacronistici anche a quei tempi: l'ente apparve come fossilizzato nelle sue stantie attività e benché si debbano registrare degli ammodernamenti, prevalentemente sul piano strutturale e della funzionalità amministrativa, si può dire che, nella sostanza, l'offerta assistenziale dell'istituzione non riuscì a superare il limite di una concezione puramente di beneficenza, alimentata da un interesse privato che sembrava, in qualche caso, addirittura essere preminente su quello pubblico.

E' quanto osò denunciare a chiare lettere Domenico Santoro, questo cavaliere dei pezzenti, come venne definito, che cercò di spezzare quel blocco di potere che strangolava le forze progressiste e condizionava, secondo la lucida analisi del giovane professore marcianisano, un reale sviluppo sociale di Marcianise.

La sua opposizione si volse pertanto nel senso della denuncia, ma anche dell'impegno diretto nell'agire politico, mediante il tentativo, momentaneamente riuscito, ma che non avrà futuro, di organizzare i coloni della Congregazione in una lega che costituisse un polo alternativo alla politica paternalistica e clientelare della classe dirigente al potere nelle varie amministrazioni di Marcianise, ma soprattutto a capo della Congregazione.

La nobile lotta di Santoro, che qui si trova ampiamente documentata, purtroppo non ebbe seguito: troppo veemente la sua azione, o troppo anticipatrice rispetto ai tempi e allo stato di educazione delle masse che anni e anni di un clientelismo paternalistico avevano reso quasi acquiescente agli interessi dei "galantuomini", visti come coloro che erano pronti a concedere i sussidi di denaro non loro ad una plebe strangolata dalla miseria e resa supina dall'ignoranza.

Un tale sistema di gestione dell'ente, espressione, come si è detto, di un più ampio modello di conservazione del potere, oltre che rendere compatta e costruita intorno ad uno schema chiuso e fortemente selettivo la classe dirigente locale, ha, secondo me, condizionato fortemente anche la crescita civile della città, in senso generale, contribuendo non solo a impedire o, quanto meno, a ritardare la nascita di forze sociali e politiche popolari maturamene coscienti, ma anche a determinare modelli di vita e di costume deleteri, nel senso che la gestione spiccatamente clientelare della Congregazione di Carità e l'insieme delle provvidenze che grazie a questa si potevano ottenere con i più diversi sistemi, non escluso quello della voce grossa, hanno contribuito, almeno in certi ambienti, ad alimentare l'ozio, la mancanza di previdenza e a determinare la presenza in loco di una plebe di sfaccendati che viveva, con la complicità di coloro che gestivano il potere, sui sussidi generosamente elargiti e che costituiva quindi una forza d'urto in qualche modo di supporto agli interessi politici delle frazioni conservatrici o reazionarie localmente presenti, divenute, anche grazie all'esperienza di un potere, secolare, ben esperte a sfruttarla in termini clientelari.

Ecco perché, quando negli anni di inizio secolo, successivi alla protesta di Santoro, le autorità superiori, addirittura quelle nazionali, imposero inchieste più radicali e serie sul modo di gestire la Congregazione, la reazione delle famiglie che a Marcianise contavano fu durissima.

Fino ad allora i prefetti per buona parte avevano inviato alla guida della Congregazione, in sostituzione delle malaccorte amministrazioni ordinarie, se non commissari di comodo, funzionari, magari personalmente onesti e scrupolosi, i cui rilievi però, anche documentati, non erano mai andati al di là delle pagine delle tante "Relazioni" scritte a conclusione del loro mandato e che restavano appunto qui confinati.

Già con il commissario Francesco Cossu, ma poi soprattutto con Gennaro Bladier, prima, e Umberto Rossi, poi le cose iniziarono a cambiare: Bladier inchiodò con 175 addebiti l'amministrazione guidata da Giuseppe Foglia e denunciò l'intero gruppo dirigente della Congregazione all'autorità giudiziaria, mentre Rossi offrì a quelle accuse il necessario supporto documentario.

Ma finì, com'era prevedibile: tutti gli accusati furono assolti, sia pure per "insufficienza di indizi".

Fu questo l'ultimo episodio significativo di una lunga storia che in pratica valse a perpetuare anche negli anni successivi una gestione anonima ed interessata dell'ente operata senza alcuna fantasia: ancora Rossi nel 1913, disegnava amministrativamente la struttura di una istituzione divenuta però ormai sempre più asfittica e proponeva alcune riforme in consonanza dello spirito dei tempi.

Ma nemmeno questi modesti spunti furono colti dalle ammini­strazioni successive e la Congregazione, durante gli anni del Fascismo, quando si trasformò in Opere Pie Raggruppate, non fece altro che declinare, mentre addirittura, in qualche caso, le sue opere cadevano letteralmente a pezzi, come appunto nel caso del Mendicicomio o dello stesso Ospedale. Privata di molte competenze nel campo della beneficenza e dell'assistenza spicciola, passate alla gestione dell'Ente Comunale di Assistenza, oberata dalle spese di gestione e di manutenzione delle opere esistenti, soprattutto dell'Ospedale, mentre le rendite dell'ente venivano ad essere sempre meno congrue con il crollo dei fitti dei fondi rustici, incapace soprattutto di dare una nuova progettualità alla sua funzione, mentre anche l'Ospedale veniva sottratto alla sua gestione con la trasformazione e la statalizzazione dell'assistenza sanitaria, la Congregazione doveva finire la sua storia nell'anonimato di una agonia durata decenni, durante la quale sopravvisse a se stessa, persino incapace di assicurare lo stipendio ai dipendenti, finché, addirittura, alla stregua di un qualsiasi ente inutile, fu assorbita nelle sue proprietà residue dal comune di Marcianise.

Un destino amaro e pressoché ineluttabile, viste le premesse, mentre tutto ciò si compiva anche per la colpevole insipienza della classe dirigente locale, che ancora continua per certi aspetti a mantenere nei confronti di questo passato una sostanziale cecità di indirizzo.

Tuttavia la Congregazione, benché sciolta, ha portato per così dire in eredità all'ente comunale un patrimonio terriero ancora consistente (circa 700 moggia di terreno), una parte del quale, quello per la precisione riferito a terreni non ricadenti nell'ambito del comune di Marcianise, è stato già alienato per coprire parte dei debiti fuori bilancio.

E questa stessa fine si sarebbe voluta far fare anche al patrimonio residuo, ignorando che esso è destinato all'assistenza.

Per fortuna l'improvvido provvedimento dell'alienazione pura e semplice di questo patrimonio non è passato: ma non pare che esista attualmente un interesse o una progettualità, sempre finalizzata ai compiti per cui quel patrimonio si è formato, da parte di chi invece dovrebbe sentirsi erede di questa tradizione di nobiltà che ha fatto di Marcianise nel passato la città dove l'aiuto al povero, al disagiato, a chi dalla sorte è stato condannato ad essere svantaggiato, era la norma.

L'augurio che ci sentiamo di formulare è che i Marcianisani di oggi si sentano investiti da questa necessità e riprendano l'antica lezione degli avi in quello che di meglio costoro hanno fatto, certo non nella disamministrazione e nella dilapidazione, affinché questi beni vengano reimpiegati a finanziare opere di interesse sociale ed umanitario di cui Marcianise avverte insistentemente il bisogno.

Anche per questo è nato questo libro.

Desidero rivolgere un pubblico ringraziamento per l'aiuto offertami a Gabriele Trovello, che mi ha fornito il testo della importante relazione conclusiva della sua gestione quale presidente delle Opere Pie Raggruppate, e a Franco Tartaglione, ora vice-segretario del comune di Marcianise, ma anche ultimo segretario delle Opere Pie Raggruppate, che è stato prezioso amico e sostenitore fattivo delle mie ricerche.

Salvatore Delli Paoli


Recensione del prof. Salvatore Brillantino, in occasione della ristampa del libro nel 2002.


E’ giunta, accolta e salutata da grato favore e lieta ammirazione, la ristampa de “Il potere della miseria” di Salvatore Delli Paoli.

Invero, l’universo culturale marcianisano, tanto composito nella sua articolata formazione e produzione, quanto organico e lineare nella celebrazione della “marcianisità”, quale valore incontrovertibile di civiltà, aveva lanciato al fecondo autore segnali eloquenti ed affettuosi affinché procedesse senza indugio a diffondere, in maniera ancora più penetrante e divulgativa lo “studio” - come definisce l’opera, l’autore, quasi schernendosi- e a far conoscere ad un pubblico ancora più vasto l’opera.

E tanto in considerazione dell’altissimo valore storiografico e per l’eccezionale evento culturale che ha immediatamente segnato e prodotto lo “studio” nella nostra città, e non solo.

“Il potere della miseria”, è bene precisarlo innanzi ad ogni altra riflessione, è un monumento tetragono innalzato alla città con le pietre della scrittura, squadrate nella rigorosa indagine storica, arse dalla passione nella ricerca della verità, lievi e a tratti umide nella celebrazione dei caldi sentimenti di fraterna vicinanza all'uomo. Non v’è dubbio, Delli Paoli ci offre un dono, di quelli che sorprendono, di quelli che contengono un recondito significato, un codice, che è leggibile, solo se ci sintonizziamo sull'altezza d’onda della concezione della storia come humus, in cui è piantato il virgulto dalle profonde radici della cultura, quale modo di essere e di rappresentazione autentici delle vestigia di un popolo.

Tale nodale implicazione ne “Il potere della miseria” è forte e si proietta come viva luce offuscante le coscienze, le menti per trarle fuori da un modernismo degenere, che, difatti, orienta l’uomo a perdere il tratto della salutare riflessione sul suo impegno, sulla sua presenza nel mondo, sul suo destino.

E la storia, che delinea a tinte forti, il caro Salvatore, nella estrema scientificità delle analisi, sostanzia la riflessione; offre le vere ragioni del nostro abito comportamentale; ci ripete, facendola echeggiare di coscienza in coscienza, la vera vocazione dell’uomo; ci fa percorrere i sofferti della vita e della sua finalità; ci indica la fonte nella quale specchiarci, perché riconosciamo il nostro volto adulto sul quale è stampata la mappa indelebile della nostra vita comunitaria.

Delli Paoli ci porge, in definitiva, con mani buone e premurose un catino d’acqua limpidissima, perché vi scorgiamo trasparente e chiaro il nucleo centrale della nostra storia, l’evento fondamentale all'origine del nostro modus essendi, l’arché, la radice della nostra identità: La Congregazione di Carità di Marcianise tra Ottocento e Novecento, ovvero «La conservazione del potere, il potere della miseria quale impedimento per la nascita di forze socviali e politiche popolari maturamene coscienti e la determinazione di modelli di vita e di costume deleteri», come scrive, con sollecitudine meticolosa, l’autore nell'Introduzione.

Credo che sia rimasta indelebile in me questo focale passaggio dellipaoliano, quando anch'io, memore anche delle ispirate e sdegnose parole di Santoro contro i comitati affaristici della Congregazione, succedutisi nel tempo, nella prefazione al Domenico Santoro di Alberto Marino, che dal Delli Paoli mutua l’impianto narrativo, ho potuto così esprimermi «Il danno provocato sul piano della sociologia storica non è la dissipazione dell’immenso patrimonio della Congregazione della carità che se bene amministrato soprattutto sul versante dell’erogazione dei servizi, poteva avviare un processo di sviluppo straordinario, ma l’aver distolto un popolo dalla sua naturale indole alla laboriosità, per trasformarlo in un gemente questuante, complice la stessa chiesa con certi suoi indegni rappresentanti, svuotandolo della creatività operativa e della creatività. Tale misera condizione allunga, purtroppo, la sua ombra fino ai nostri giorni per effetto di un forte ossequio al potente vecchio e nuovo».

Dunque è in questo passaggio epocale, il terminus a quo, l’essenza della storia complessa della nostra città, intelleggibile chiaramente attraverso la sconsiderata amministrazione dell’Ente, specia all’indomani della donazione Novelli.

Effettivamente l’Ente in forza delle enormi risorse, sulla base di una corretta amministrazione e soprattutto su un moderno uso di quelle ingenti risorse, come indicato, d’altronde, dal saggio Anselmi nella sua Relazione, avrebbe potuto cambiare il volto della città, immetterla in un percorso di sviluppo davvero singolare.

Amedeo Anselmi, infatti nella sua illuminata Relazione, dopo aver sostenuto che"l'elemosina non è che un lieve palliativo a un morbo violento, il fomite del pauperismo, perché spegne la dignità personale, uccide il pudore, sospinge il povero all’imprevidenza e all’ozio, fomenta l’infinggardagine, il vagabondaggio, il disordine, l’imprevidenza», più avanti sosterrà il carattere di educatrice della beneficenza, quale «urto per fare che sprizzino fuori le luminose scintille dell’ingegno… e di provvedimento umano e politico» pel quale chi raccoglie il beneficio non se ne sente umiliato, e vi ravvisa soltanto una pietosa riparazione o della propria impotenza o delle immeritate avversità della fortuna. Ma agli avvenimenti piegarono su sponde fondamentalmente clientelari ed elemosiniere ad libitum e la testimonianza delle irregolarità è rintracciabile nella denuncia pubblica del brillante intellettuale Domenico Santoro, confermate dalle Relazioni del Cossu, del Bladier e del Rossi. La storiografia di Delli Paoli tuttavia, oltre alla qualità mirabile del suo incedere documentario, possiede il supremo pregio di un piano di spiegarsi prospettico al fine di ritrovare sotto il velo degli avvenimenti la vita che palpita, al fine di cogliere l’intimo significato e gli arcari momenti delle azioni umane, al fine di far rivivere sotto la sua ardente penna le passioni che danno vita ai fatti storici.

Pur erodoteo Delli Paoli appare, ma più propriamente tuciditeo, preoccupato com’è di analizzare i fatti attraverso la lente spessa della disamina dei comportamenti umani.

Un operazione sub limine, che appare impercettibile e inattingibile solo a chi non si dispone all'ascolto delle note diffuse della trepidazione del cuore, quando si apre alla vita, all’umanità.

Da qui la lezione dellipaoliana: far gemere l’anima, farla piangere di fronte alle sofferenze, alle crudeltà, alle ingiustizie perpretate, perché saranno solo quelle lacrime a purificarci, in maniera catartica,- essendo la storia, che documenta l’autore una tragedia-, al fine di stabilire un contatto durevole con il candore e la genuinità perduti.

Una siffatta condizione non necessariamente deve farci sentire in disagio culturale rispetto a mete di progresso, ritenute molto più pronunciate ed alte, ma deve indurci a riflettere che nelle esperienze di vita, nella storia è possibile ricercare la radici profonde di noi stessi, la cifra sulla quale è incisa, a lettere di fuoco, la nostra identità storico-culturale, che se autentica, non temerà confronti nella rappresentazione dell’uomo. Il ritrovamento allora di noi stessi, significherà meglio comprendere il nostro presente, la nostra condizione presente che ha valore o, semplicemente, una spiegazione se la leghiamo al passato, al nostro retaggio.

Si tratta, in estrema analisi, di gettare un ponte tra passato e presente, il cui pilastro portante resta l’uomo, in fondo uguale a se stesso nel corso degli eventi e delle epoche nelle sue problematiche esistenziali, nelle sue aspirazioni, nei suoi desideri, nelle sue proiezioni utopiche e ideali, che riesce a rappresentare singolarmente e originalmente, a seconda del contesto, nel quale sorgono le domanti impegnative sulla sua spiritualità.

A ben vedere, essi si riconducono e si stampano sul terreno delle secolari conflittualità, perché a viverle e a rappresentarle è l’uomo di sempre alle prese con la vita e con la complessità che da essa discende.

Il Delli Paoli è il «romeo» che con la sua bisaccia và pellegrino verso la meta agognata della conoscenza autentica della storia.

Ci vuole compagni di viaggio per testimoniare l’intrinseco e irrinunciabile atto di fede nella civiltà, ma, più propriamente, per seguire la parabola di vita dell’uomo attraverso un viaggio nella storia.

Se, invero l’uomo non compie un percorso purificatore che restituisca senso profondo alle sue scelte e ragione ideale alle sue azioni, è destinato ad una permanenza terrena priva di slanci ideali e povera di volontà operativa. Soprattutto se rinuncia alla sua alta prerogativa di contribuire alle conquiste civili in virtù delle sue capacità, in possesso a tutti, e se non diventa agens della sua storia, si ridurrà ad una comparsa o peggio, a rimanere seduto, a bell'agio sulle gradinate spettatore di una rappresentazione vista da lontano e da altri interpretati.

Il riscatto e la rinascita risiedono dunque, nella riappropriazione del ruolo proprio dell’uomo che agisce, si impegna per trasformare il pensiero «debole» in forte e quello «corto» in lungo, pur attraverso le propaggini sconfinate della sofferenza e della crisi, su cui è inchiodata la nostra condizione di uomini. Ed è in nome di tale comune condizione che bisogna liberare le vie del nostro cammino dalle sterpaglie dell’individualismo, così che il seme della condivisione possa crescere senza temere di essere soffocato dall'erba malefica della divisione, frutto di una mano chiusa che nulla trattiene e per questo non si apre come ne «Il dono» di Andrea Martone che mirabilmente spiega l’opera del Delli Paoli in copertina.

«Il potere della miseria» del Delli Paoli parla potente a tutti noi, tratteggia percorsi, indica mete, dispiega scenari, racchiude l’esperienza umana nell'impegno creativo; si configura come strenua lotta contro l’inciviltà e nella testimonianza delle forti idealità.

E sarà solo il mutuo e solidale scambio di vita a permetterci di comprendere la Vita.

Salvatore Brillantino


Il messaggio del Vescovo di Caserta mons. Raffaele Nogaro



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