MARCIANISE E LE PERGAMENE ANGIOINE DI GIANCARLO BOVA

Aggiornato il: 15 feb 2020


Molti i riferimenti a Marciani-se e al suo territorio nell'ulti-mo volume di Giancarlo Bova, il noto studioso delle perga-mene medievali custodite nell'Archivio diocesano di Capua il cui corpus si arricchi-sce anno dopo anno. Questo volume dedicato all'età an-gioina copre l’arco degli anni tra il 1283 e il 1292, ed è il sesto della serie delle perga- mene angioine (Giancarlo Bova, Le pergamene angioine della Mater Ecclesia Capua- na, 1283-1292, VI, L’età dei Templari, Palladio Editrice, Salerno 2019).
Si tratta di una raccolta molto consistente di documenti, pubblicati in versione integrale e in edizione critica, relativi a ben 194 testi membranacei, distinti tra pergamene del Capitolo della Cattedrale (56), della Curia arcivescovile (127), cui si aggiungono altre undici pergamene di epoche varie unitamente a 35 regesti di documenti ormai perduti effettuati nell'Ottocento da Gabriele Iannelli. L’epoca scandagliata è quella che coincide con gli ultimi anni del regno di Carlo I d’Angiò, la breve reggenza del nipote Carlo Martello d’Angiò, e gli inizi del regno di Carlo II d’Angiò.
Questo volume, nella scia dei precedenti lavori di Giancarlo Bova, contribuisce ad arricchire il patrimonio delle fonti messe a disposizione degli studiosi relative ad un territorio che coincide con quell'area ricadente all'interno della diocesi di Capua, ma utile anche per il territorio di confine come quello della diocesi di Caserta. Molti i centri citati nella messe di dati.



Per Marcianise, una delle città maggiormente presenti nei documenti, vengono ricorda-te alcune consuetudini, tra cui quella della celebrazione del-la festività del santo patrono San Michele Arcangelo il gior-no dell’8 maggio, invece che il 29 settembre, in ricordo del-la apparizione dell’arcangelo sul monte Gargano l’otto maggio del 493, data che divenne, come dice Erchemperto, festa nazionale del popolo longobardo, a cui sicuramente si deve la diffusione del culto micaelico in tutta la cosiddetta Longobardia minor. E al santo arcangelo è non a caso dedicata la chiesa maggiore di Marcianise, il duomo (nella foto), al quale il volume di Bova fa più volte riferimento, con notizie del tutto nuove o che confermano in modo inoppugnabile quanto era stato già sostenuto nel passato. Così in un documento di compravendita del 1287 viene confermata l’esistenza presso la chiesa di una comunità religiosa che raggruppava parecchi sacerdoti riuniti sotto il nome di Congregazione della Terra del Lagno (Terra Lanei), guidata dall’abate o rettore don Nicola Amato. Il documento, da me già segnalato nel mio volume “Il duomo di Marcianise”, edito nel 1982, viene adesso pubblicato nella versione corretta e integrale e reca in calce i nomi di ben diciassette sacerdoti, anche se non di tutti si riescono a decifrare i nomi a causa dello stato di degrado del testo. Di questi diciassette ben sette firmano con il solo segno di croce, indice evidente che la cultura del clero all'epoca non era particolarmente elevata, al punto tale che venivano ordinati sacerdoti addirittura degli analfabeti. Tra i nomi che si riescono a leggere ci sono quelli di “Iohannes Spenindeo”, “Petrus de Rainone”, “Iohannes Antonii”, “Iohannes Mallola”, “Nicolaus de Crissencio”, “Iacobus de Ayrola”, “Siney de Caputorto”, “Martinus de Grumi”. La chiesa di Sant'Angelo di Marcianise dunque nella prima età angioina aveva già assunto un ruolo di evidente preminenza rispetto alle altre chiese del territorio, tenuto conto che già a quest’epoca appariva dotata di un collegio consistente di sacerdoti, che si possono considerare come i precursori del collegio canonicale (capitolo) costituito presso la chiesa solo nel 1524. Quanto al contenuto del documento va detto che esso fa riferimento ad una vendita di una pezza di terra “que est in finibus terrae Laney, in pertinentiis Grumi, in loco ubi dicitur in Campu de Angelo” (che si trova nei confini della terra del Lagno, nelle pertinenze di Grumo, nel luogo denominato Campo dell’Angelo).



E il riferimento all’antica località di Grumo, da non confondere con quella di Grumo nel napoletano, diventata Grumo Nevano, dà occasione allo studioso di chiarire in modo inequivo-cabile come la località “ad Nivanum” fosse presente anche in prossimità di Grumo di Marcianise villaggio esi-stente almeno fino alla fine del Seicento ad est di Santa Venera, come riportato dalla carta del Baratta del 1616 (nella foto), oltre che da numerosi documenti del XIV secolo. La presenza di una Grumo in territorio della Terra del Lagno di pertinenza capuana e per di più di una località ad essa prossima come Nivanum, secondo Bova attinente ad una famiglia Nivia o Nevia che ha dato origine al topo-nimo, ha suscitato una inqualificabile reazione campa-nilistica da parte di qualche storico dilettante della odierna Grumo Nevano, facilmente rintuzzato dalla forza dei documenti e dal peso culturale dello studioso capuano che è ormai una vera autorità in materia riconosciuto come tale in decine di università e centri di ricerca europei. Del resto l’impegno da lui assunto e portato avanti con stoica diligenza ha aperto un campo di indagine altrimenti insondabile per mancanza di documenti, chiarendo in maniera incontrovertibile tante zone buie della storia medievale delle nostre contrade. Per Marcianise il lavoro di Bova è davvero straordinario e ha consentito e consente di avviare a risoluzione grossi problemi attinenti alla storia locale, finora risolti in maniera del tutto approssimativa.




Uno di questi riguarda la località denominata “Li Pagnani”che viene natu-ralmente identificata con quella che ha dato origine al quartiere omonimo dei “Pagnani”, riconvertito in quello dei “Pagani” ad opera di pseudo ricercatori di storia locale che nei secoli passati si sono dati da fare per ripro-porre la storia di Marcianise antica ricorrendo più alla fantasia che ai documenti. Nel caso dei “Pagnani” l’assonanza con i “Pagani” poteva consentire più facilmente speculazioni che riconducessero ad una presunta origine romana di Marciani-se vista la presenza di un quartiere che raccoglieva i fedeli degli dei antichi ostinati resistenti alla diffusione del cristianesimo nelle nostre terre. La versione ricreata in maniera del tutto arbitraria tra l’altro non tiene neppure conto della versione orale dialettale del termine in questione che conserva il fonema gn e addolcisce la finale con la liquida seguita dalla e muta nella dicitura “Pagnal(e)”. I documenti che in questo volume Bova pubblica testimoniano senza alcun ombra di dubbio che la località era appunto denominata “Lipagnani”. Così in una pergamena del Capitolo della Cattedrale del 1289 viene venduta a “Pietro de Peregrino de Casali Capitrisii” (Pietro di Pellegrino del Casale di Capodrise) una pezza di terra “in loco ubi cognominatur Lipagnani” (in un luogo denominato Lipagnali) tra l’altro confinante con una terra della chiesa di “S. Andrea de Capitrisio”. Che è una ulteriore conferma che la località è quella già individuata che anche adesso è posta al confine tra Marcianise e Capodrise. In un’altra pergamena stavolta della Curia arcivescovile dell’ottobre del 1287 è riportato l’atto di vendita di una pezza di terra ceduta a “Giulia Guaymari” di Capua da “Giovanni de Tipaldo”, anch’egli di Capua, per due once e mezza d’oro sita “in finibus Terrae Lanei in loco ubi dicitur Lipagnani” (nei confini della Terra del Lagno nel luogo denominato Lipagnani) e confina con la via pubblica. Due anni dopo sempre in una pergamena della Curia arcivescovile di Capua la vendita venne perfezionata con alcune aggiunte e modifiche che ci danno ulteriori dettagli utili a ricostruire l’atto di vendita che riguarda sempre una pezza di terra “que est curtis et in ea sunt domus, torcular et putheus” (che è un fondo e in esso ci sono case, torchio e pozzo), sita “in finibus Terrae Lanei, in loco ubi cognominatur Lipagnani” (nei confini della terra del Lagno, in un luogo denominato Lipagnani). Tra i confini della pezza di terra venduta a Giulia Guaymari c’era anche quella di Pietro de Peregrino tenuta in fitto dalla chiesa di “S. Maria de li Pagnani”. Due conferme ulteriori del fatto che il quartiere situato a nord di Marcianise si chiamasse “Pagnani”e che la chiesa di “Santa Maria Assunta”, tuttora esistente, fosse quindi dei “Pagnani”. Niente a che vedere quindi con i pagani come, con una evidente contraddizione in termine, è scritto alla sommità della porta di ingresso alla chiesa. In realtà, come ho già scritto nella mia opera “Nove capitoli sulla storia di Marcianise”, riprendendo l’interpretazione di Giancarlo Bova (nella foto), il termine “Pagnani” allude semplicemente al fatto che in zona o vi erano tessitori e commercianti di panni. Quanto al perché di tale trasformazione del termine questo risponde ad un processo di presunta nobilitazione delle origini di cui parlerò più ampiamente in una prossima nota.



Adesso mi preme segnalare che dalle pergamene pubbli-cate da Bova in appendice ce ne sono due, finora conosciu-te solo indirettamente, che rappresentano la conferma dell’esistenza del castello di Marcianise, ma soprattutto che esso apparteneva diret-tamente alla Chiesa di Capua, il cui arcivescovo vi soggiornava abitualmente, tanto da pubblicare atti pubblici direttamente da questa residenza di Marcianise. Chiarisco che il castello di Marcianise sorgeva nella zona dove attualmente si trova piazza Umberto I (nella foto), di cui occupava parzialmente l’area. Il primo documento è del 14 maggio 1374 e riguarda un atto di vendita effettuato alla presenza del giudice di Riardo e testimoni dall'abate Giovanni di Riccardo, procuratore di mons. Stefano de Sanitate (o della Sanità), arcivescovo di Capua dal 1363 al 1380. Nella pergamena è detto che per comprovare la sua funzione di procuratore l’abate Giovanni presenta una lettera autografa dell’arcivescovo Stefano del 16 novembre 1371 con il suo sigillo, che si chiude con la formula “Data in castro nostro ipsius Ecclesie Marzanisii anno a nativitate Domini Nostri Iesu Christi millesimo trecentesimo septuagesimo primo, die decimo sesto mensis novembris, pontificatus sanctissimi in Christo patris et domini, clementissimi domini nostri, domini Gregorii, divina providentia pape undecimo anno primo”(Scritta nel nostro castello della stessa Chiesa a Marcianise nell'anno 1371 dalla nascita di nostro signore Gesù Cristo, nel giorno 16 novembre, nel primo anno del pontificato del santissimo signore e padre in Cristo Gregorio undicesimo per divina provvidenza papa). Quello che importa è che il castello è dichiarato “nostro” dall’arcivescovo e rivendicato al possesso della Chiesa di Capua che continuò a detenerlo nei secoli successivi. Esso subì diversi danni nel corso del tempo soprattutto nel periodo delle lunghe guerre che interessarono il tramonto della dinastia angioina e l’affermarsi di quella aragonese con Alfonso il Magnanimo. Nelle vicende militari che ai primi del ‘500 portarono poi alla fine della casata aragonese e il passaggio al Viceregno con la monarchia spagnola il castello di Marcianise subì ulteriori devastazioni. L’area comunque restò ancora in proprietà della curia arcivescovile di Capua che la cedette in permuta alla Casa Santa dell’Annunziata di Marcianise nel 1613 che qui ricavò l’area per il Mercato demolendo gli ultime resti dal castello i cui ruderi erano presenti soprattutto nell’area nord e est dell’attuale piazza. Di questo (e di altro) parlerò diffusamente in una mia prossima pubblicazione. L’altro documento riguarda la concessione in enfiteusi di alcuni terreni e stavolta l’atto del 18 ottobre 1374 viene redatto direttamente nel Castello di Marcianise “apud castrum ville Marzanisii” (presso il castello del borgo di Marcianise), il che lascia pensare che la sede marcianisana venisse impiegata anche come residenza abituale da parte dell’arcivescovo, che qui trattava anche le questioni connesse al proprio ufficio e non solo come una sede di puro soggiorno.


Un altro dei luoghi più volte presenti nelle pergamene capuane è quello di Santa Venera la cui chiesa risulta attestata a Marcianise nella località di Campocipro a sud ovest di Airola dal 1174 fino al 1523. E questo era noto. Quello che però Giancarlo Bova ci fa sapere ora è che il nome “si trova usato sia come matronimico (Pietro de Venera 1252, Filippo de Venera 1259, Matteo de Venera), sia come patronimico (Stefano de Venero, detto Staccarello di Marcianise 1447, Vennero filius quondam Iohannis Cayni di Marcianise 1450)”. Segno evidente di una larga diffusione del nome a Marcianise fin dalle epoche più lontane.

In conclusione mi sento di esprimere un vivo ringraziamento a Giancarlo Bova, mio carissimo amico che continua la sua opera meritoria, nonostante le difficoltà di varia natura che è costretto ad affrontare, per puro amore del sapere e della conoscenza, augurandogli lunga vita in buona salute.
Salvatore Delli Paoli
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