CHI SONO I VERI AUTORI DELL'ALTARE MAGGIORE DELLA CHIESA DELL'ANNUNZIATA DI MARCIANISE

Aggiornamento: 17 nov 2020


Nei primi anni del Settecento si pensò di sistemare la zona del presbiterio con la rea-lizzazione del coro per le liturgie comunitarie del collegio dei cappel-lani e, soprattutto, si decise la costruzione in marmo dell’altare mag-giore in sostituzione di quello precedente probabilmente addossato alla parete frontale.
Diversamente da quello eretto nel duomo di San Michele Arcangelo a Marcianise, collocato sul fondo della zona absidale, per l’Annunziata fu scelta la soluzione opposta, ovvero quella di posizionare in primo piano l’altare maggiore e di riservare alla zona corale la parte posteriore. Questa soluzione meglio consentiva di porre sul fondo il quadro di Massimo Stanzione e di creare in questa parte della chiesa quasi una sorta di galleria dipinta che nel corso degli anni si arricchirà di quadri di indubbio valore.
La realizzazione dell’altare maggiore fu affidata al maestro napoletano Gennaro Ragozzino, appartenente ad una famiglia di importanti marmorari presenti in diverse monumentali chiese napoletane. Ad esempio Gennaro Ragozzino, dopo l’impegno di Marcianise, sarebbe stato autore, tra l’altro, del magnifico altare maggiore della chiesa di Santa Maria Egeziaca all’Olmo (o a Forcella) di Napoli, realizzato nel 1713.
In precedenza aveva ricevuto la commissione per l’altare maggiore della chiesa dell’Annun-ziata di Marcianise probabilmente nel 1703. Inspiegabilmente, però, nell’aprile dell’anno seguente decise di lasciare l’opera incom-pleta, anzi “per buona parte complita sino al primo gradino e custodia e balaustrata”, come è scritto nell’atto con il quale dinanzi al notaio Tommaso Malatesta del 21 aprile 1704 rinunciò alla commessa. Secondo queste parole quindi l’altare sarebbe stato parzialmente finito per quanto riguarda la mensa e il “primo gradino”, ovvero la prima fascia marmorea posta al di sopra della mensa, il tabernacolo o ciborio (“custodia”) e la magnifica balaustra. In ogni caso l’opera in quel momento si trovava “centinata e scorniciata”, ovvero ancora sorretta dalla “centina”, la struttura in legno, e del tutto priva della cornice. Ricordava inoltre che doveva ancora essere pagato per il lavoro svolto e per la spesa dei marmi fino ad allora impiegati. Prima però di procedere al pagamento, la Casa Santa decise di sottoporre a perizia il lavoro effettuato dal Ragozzino e per tale scopo scelse di rivolgersi allo scultore Giacomo Colombo.
A lui i governatori della Casa Santa di Marcianise affidaro-no in primo luogo il compito di “rivedere la relazione fatta da Lorenzo Vaccaro” insieme a Bartolomeo Ghetti, avvalen-dosi, qualora il Colombo lo avesse ritenuto opportuno, anche dell’opera del marmo-rario Paolo Mozzetti. In prati-ca i governatori diedero loro l’incarico di rivalutare la stima delle opere fino a quel momento compiute, oltre che del costo dei materiali, fatta su richiesta del Ragozzino da Lorenzo Vaccaro, padre del più famoso Domenico. In questa revisione inclusero naturalmente anche la valutazione delle parti dell’altare ancora non poste in opera e che il Ragozzino conservava ancora nella sua bottega a Napoli.
E qui il testo del notaio Malatesta è abbastanza preciso: “Due secondi gradini già compliti, due pezzi d'intaglio di marmo statuario, che vadano sopra le cartelle già in opera, ne' quali vi hanno da sedere li puttini alli cantoni, un pezzo d'arco di marmo statuario, che va nel mezzo della custodia, una testa de cherubino, e tutta la cimasa da longo, a longo, quale è solamente scorniciata, che andarà sopra l'ultimo gradino ín tutta la lunghezza del d.to altare e la tavola di d.to per appoggiare li candelieri è di marmo bianco, che accostarà colli med.mi”.
In pratica quasi l’intero altare nella parte marmorea appariva finito. Nel dettaglio egli ricordava come già compiuti due “secondi gradini”, ovvero le due fasce di marmo ai due lati del tabernacolo, “due pezzi di intagli” da porre ai due margini delle due basi su cui poi saranno posti, come vedremo le teste di due puttini, l’arco di marmo che sovrasta il tabernacolo, la testa di un solo dei tre cherubini successivamente realizzati sempre sulla parte alta del tabernacolo, e tutta la “cimasa” ovvero la bordatura superiore. Finita anche la tavola di marmo sempre in alto a fare da base ai candelieri. L’intervento dei tre periti chiamati dai governatori dovette dispiacere a Ragozzino, che non ne accettò le conclusioni: il che portò ad una controversia sul pagamento di cui c’è memoria in un documento del Banco del Popolo del 7 giugno 1704, citato da Vincenzo Rizzo, dal quale risulta che Pietro Ghetti, fratello di Bartolomeo, con il quale aveva in comune la bottega, “il 7 giugno 1704 venne chiamato, insieme con lo scultore Giacomo Colombo, a dirimere una controversia sorta tra il maestro marmoraro Gennaro Ragozzino e la chiesa della Ss. Annunziata di Marcianise”.
In qualche modo tale controversia dovette alla fine comporsi e a questo punto fu Giacomo Colombo che prese in mano il completamento dell’opera. Egli intervenne sicuramente curando l’assemblaggio delle parti già finite dal Ragozzino, ma operando anche alcune decisive integrazioni sia nella parte scultorea, sia in quella marmorea. Sono infatti direttamente opera del Colombo i due magnifici angioletti, non previsti dal Ragozzino che reggono due serti di rose ai due lati della parte alta dell’altare e anche le due teste di puttini, che il Ragozzino aveva previsto ma non realizzati, che chiudono ai due lati la base. Sempre del Colombo sono anche almeno due delle tre teste dei cherubini che sovrastano il tabernacolo. Come si ricorderà Ragozzino ne aveva completato solo una da porre al centro dell’arco, suddiviso in due pezzi, di cui diceva di aver compiuto solo una parte. In pratica la testa del cherubino era nel suo progetto frapposta tra le due parti dell’arco, proprio come avrebbe fatto nell’altare maggiore della chiesa di Santa Maria Egeziaca a Napoli successivamente nel 1713.
Anche se è da credere che il Colombo li abbia scolpiti tutti e tre ex novo inserendoli all’in-terno di un ricco ap-parato decorativo, nel quale spiccano grappoli di uva, evidente simbo-lo eucaristico legato al miracolo della transu-stanziazione che avviene in ogni messa nella trasformazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo.
Dalla genialità del Colombo nacque l’idea del formidabile paliotto, al quale il Ragozzino non fa alcun riferimento. Per questa parte, la più visibile dell’altare, il Colombo concepì la raffigurazione della collina del Golgota con le tre croci che si ergono al centro della scena, presentata con colori lividi e violacei in tono con la passione già compiuta.
Sullo sfondo di un cielo serotino gonfiato dalle nuvole della tempesta imminente le tre croci si ergono a segnare l’ap-parente sconfitta. La scena è colta quando ormai tutto è compiuto, Gesù è nella tomba. Gli stessi apostoli sono as-senti. Si sente il silenzio della resa. E’ il momento dello sconforto e della desolazio-ne, il momento della sconfitta amara e crudele.
Eppure da questa tragedia sarebbe nata una nuova speranza, Gesù è risorto e gli apostoli possono ritornare nel cenacolo per rivederlo vivo, come nella stupenda raffigurazione della porta dorata del tabernacolo. La scena si popola di coloro che animeranno la chiesa delle origini. Gli apostoli riprendono coraggio, portano Gesù con loro nella forma della eucaristia che è memoria di Cristo, anzi il corpo stesso di Cristo dentro di noi, e il sacrificio del calvario, ripetuto nella messa che consacra l’eucarestia, apre alla speranza e alla lietezza. Man mano che la vista si allarga e si alza, gioisce la natura con il trionfo festoso dei marmi a motivi floreali, pieni di colori, gioiscono gli angioletti che reggono sulle spalle due magnifici serti di rose che si incuneano tra le ali e si sistemano ai lati come meravigliosi festoni pendenti, fino alla sommità dove l’eucarestia può essere esposta nel trono di luce che le compete. E’ l’epifania della natura, della luce, del divino.

Quest’ultima parte, ovvero il tronetto per l’esposizione dell’osten-sorio, fu affidata nel 1706 al marmorario Ferdinando de Fer-dinando console della corporazione dei mar-morari e scultori, autore tra l’altro dell’importan-te altare maggiore della chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. Questi lo ese-gui in modo meraviglioso riuscendo ad integrarlo compiuta-mente nell’insieme dell’opera. Il disegno dell’edicola, re-cante alla sommità una calotta molto intarsiata che regge il piccolo crocifisso, fu di Giovanni Battista Nauclerio, uno dei più importanti architetti napoletani vissuto tra il Seicento e il Settecento, con cui il De Ferdinando aveva già collaborato. L’opera, commissionata al De Ferdinando il 14 luglio 1706 fu completata in otto mesi, di modo che il 25 marzo 1707 l’intero altare poteva essere ammirato in tutta sua magnificenza e splendore in occasione dei riti per la festa dell’Annunciazione.
A Gennaro Ragozzino spetta dunque l’intera opera marmorea, compresa la balaustra ad esclusione delle parti scultoree, da attribuire a Giacomo Colombo, mentre l’edicola (tronetto) sovrastante il tabernacolo ove si espone l’ostensorio nella festa del Corpus Domini è da attribuire interamente a Ferdinando De Ferdinando.
Tutti questi artisti finora non erano mai stati menzionati come artefici della meravigliosa opera. Si era infatti sempre ritenuto che l’altare fosse opera di Filippo Raguzzini (1690- 1771). Così fa anche il Costanzo che data l’opera al 1703 e l’attribuisce proprio all’architetto che fece la sua fortuna sotto il pontificato di papa Benedetto XIII. In realtà Filippo Raguzzini era forse solo imparentato con Gennaro Ragozzino che per primo intervenne sull’altare, essendo quest’ultimo, come dice Marcello Rotili, figlio di “Giovan Camillo, noto marmorario e imprenditore di fabbriche che con i figli Gennaro, Giovanni e Giuseppe lavorò largamente in Napoli e dintorni sullo scorcio del Seicento e nei primi decenni del Settecento”. Senza dire che secondo gli studi più recenti Filippo Raguzzini, nato nel 1690, avrebbe avuto nel 1703 solo tredici anni!
A segnalare a Marciani-se che l'altare maggiore dell'Annunziata aveva visto l'intervento nella parte scultorea di Gia-como Colombo è stato Arturo Serra Gomez, scultore e restauratore spagnolo, studioso delle opere di Giacomo Colombo, che da me invitato ha rivelato le informazioni in suo possesso in una memorabile conferenza tenuta nella biblioteca comunale di Marcianise il 15 gennaio 2018. In quella circostanza, tra l’altro, lo studioso murciano ha attribuito al Colombo anche la Santa Venera e l’Immacolata, due meravigliose statue in legno, presenti nel duomo di Marcianise.
In realtà la scoperta dei documenti relativi alla presenza del Colombo a Marcianise era stata diffusa per la prima volta da Gian Giotto Borrelli nella sua tesi di dottorato nel 1997, cosa ampiamente chiarita dal Serra Gomez. Alla luce dei nuovi documenti è pensabile che il Colombo sia stato coinvolto nella vicenda dell’altare di Marcianise tramite Francesco Solimena, che ricordiamo nel 1697 aveva realizzato la stupenda “Assunta in Gloria” al centro del cassettonato della navata maggiore, cui i governatori dell’Annunziata potrebbero essersi rivolti all’indomani della rinuncia di Gennaro Ragozzino. Del resto i rapporti tra il Solimena e il Colombo erano particolarmente stretti, se è vero che il Solimena sarebbe stato padrino di nozze del Colombo e più o meno negli anni che ci riguardano il Colombo era impegnato a lavorare per i modelli degli altari della Certosa di San Martino e della Cappella del Tesoro di San Gennaro, affidati alla supervisione appunto del Solimena. Il soggiorno a Marcianise del grande scultore e la magnificenza della sua arte spesa con genialità dovettero portare alla decisione dei canonici del Capitolo della chiesa collegiata di San Michele Arcangelo di acquistare lo stupendo Crocifisso, che essi andarono direttamente a vedere a Napoli, fecero benedire il 22 maggio 1706 e posero nello stesso anno sull’altare delle Cinque Piaghe nel duomo di Marcianise. Nello stesso torno di tempo credo sia stata commissionata sempre dal Capitolo la statua della meravigliosa Santa Venera, da utilizzare per la chiesetta omonima sui Regi Lagni, mentre i governatori del Monte di Misericordia dovettero commissionargli l’Immacolata (attualmente custodita nel duomo di Marcianise) per l’annuale processione dell’otto dicembre tuttora praticata. Insomma Marcianise si innamorò di Giacomo Colombo e non è da escludere che qualche altra statua dell’artista napoletano sia presente in qualche ulteriore chiesa cittadina.
Da Salvatore Delli Paoli, La chiesa della Santissima An-nunziata di Marcianise nel Settecento, Fonti e studi per la storia di Marcianise e di Terra di lavoro, Marcianise 2020, Libritalia. net Edizioni.


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