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DOMENICO MONDO E LA CHIESA DELL'ANNUNZIATA DI MARCIANISE


La caduta improvvisa e rovinosa del quadro raffigurante San Gerolamo (nella foto), uno dei quattro commissionati e realizzati da Domenico Mondo per la maestosa Chiesa dell'Annunziata di Marcianise nel 1788, è stata accolta con vivo dolore. Senza alcuna causa apparente, se non la mancata manutenzione, il quadro posto molto in alto tra i finestroni del transetto è caduto per il suo stesso peso e per la mancata presa dei chiodi che lo fissavano all'angolo destro della parete nord del transetto. Questo triste evento segna un ulteriore campanello d'allarme circa le condizioni molto precarie in cui versa il prezioso patrimonio pittorico, scultoreo e decorativo presente nell'importante chiesa dell'Annunziata di Marcianise, un vero e proprio scrigno d'arte, di cultura di fede a cui i cittadini tengono in modo del tutto speciale. L'opera di Domenico Mondo nell'Annunziata di Marcianise è particolarmente nutrita con la presenza di ben nove quadri. La ripercorro riprendendo il paragrafo 10 del capitolo terzo del mio volume S. Delli Paoli, La Chiesa della Santissima Annunziata di Marcianise nel Settecento, Fonti e Studi per la Storia di Marcianise e di Terra di Lavoro, Marcianise 2020, Libritalia Edizioni, pp. 147-152.


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"-3.10 – L’attività di Domenico Mondo nella Chiesa dell’Annunziata di Marcianise.


L’ultimo (in ordine di tempo) a fornire i quadri richiesti in forza del contratto del 1781 fu Domenico Mondo, le cui vicende relative al suo impegno per la Casa Santa sono piuttosto complesse ed articolate[i]. In base al contratto del 18 giugno 1781 Domenico Mondo si era impegnato a fornire “sei quadri” al prezzo di “ducati 405”, e per questa commessa aveva ricevuto in acconto il totale “di ducati 200” in due diversi mandati del luglio e dell’ottobre 1781[ii].

Appare strano in verità che egli abbia accettato che gli si decurtasse l’importo per ogni singolo quadro portato da 100 ducati (somma pattuita con gli altri pittori) a 67,5 ducati: probabilmente su tale decisione dovette influire il numero abbastanza sostenuto (ben sei) di quadri da realizzare. Conoscendo, però, il carattere orgoglioso di Domenico Mondo, che si può facilmente desumere dalla letture delle sue opere poetiche (soprattutto quelle in rime bernesche), questa soluzione, più imposta che condivisa, non fu certamente gradita. A questo credo si debba imputare il lungo lasso di tempo intercorso tra la stipula del contratto e la fornitura delle prime opere che avvenne solo sette anni dopo nel 1788. Senza tralasciare il fatto che il Mondo, che già nel biennio 1778-1780 aveva preso parte ai lavori di decorazione della Sala delle Dame presso la Reggia di Caserta, fu impegnato ancora nella Reggia per l’affresco della volta della Sala degli Alabardieri ove dipinse il “Trionfo delle armi borboniche sostenute dalle virtù” dal luglio 1785 al febbraio 1787. Subito dopo dovette applicarsi a dipingere i quadri dell’Annunziata. La morte intervenuta nel 1787 di Girolamo Starace, però, modificò il suo impegno nei confronti della chiesa marcianisana, in quanto egli fu chiamato ad assumerne le commesse non ancora portate a termine, agli stessi patti convenuti dalla Casa Santa con il maestro defunto (che prevedevano per i quadri da riporre nelle cappelle laterali il prezzo di cento ducati). In un pagamento del 2 gennaio 1788 Mondo ricevette quindi un ulteriore acconto di duecento ducati sia per la “dipintura di sei quadri .. che del prezzo convenuto per la dipintura di altri sei quadri da farsi dal fu D. Girolamo Starace, che per la di lui morte ne è stato il suddetto Mondo incumbenzato con averne accettato tutti i patti e prezzo convenuti col suddetto defunto Starace[iii].

Nel marzo Domenico Mondo, però, ricevette una ulteriore somma di 130 ducati dei quali “100 a compimento di ducati 500 … per l’intiero importo di cinque quadri grandi per le cappelle di questa chiesa … e ducati 30 in conto degli altri quadri fuori delle cappelle”[iv]. Come si vede i quadri da sei divennero cinque e restò in discussione il sesto quadro da realizzare per l’ultima cappella che restava scoperta. Probabilmente la riduzione dei quadri commissionati a Mondo da sei a cinque fu dovuta alla necessità di rientrare nella somma già stabilita a compenso del pittore capodrisano.

I quadri, invece, da porre fuori delle cappelle furono dipinti nello stesso anno e nell’aprile del 1788 furono consegnati alla chiesa, come risulta dal mandato di pagamento del 19 aprile di quell’anno per la somma di ducati 140 “per l’intiero importo dei quattro quadri da esso dipinti per li finestroni della Crociera di questa Chiesa” mentre gli altri 30 ducati già precedentemente ricevuti restavano “per anticipazione dell’altri quattro quadri da esso D. Domenico faciendi a forma di lunette[v]

Si trattava dei quattro “Dottori della chiesa”, mentre restava ancora aperta la vicenda della decorazione delle lunette dei due archi dei Cappelloni, lasciati non realizzati da Paolo de Majo per quello dell’Immacolata e da Girolamo Starace, che pure aveva fatto degli studi preparatori non conclusi per la morte intervenuta nel 1787.

Su tali questioni Domenico Mondo sostenne una lite con la Casa Santa e fu chiamato a discuterne direttamente davanti al Soprintendente Mauri presso la Corte di Capua. Non ci sono arrivati gli atti di tale controversia, se non la memoria della celebrazione della causa la cui prima sessione si tenne del novembre del 1788[vi]. Sta di fatto che i quadri per le cappelle restarono cinque. Questi giunsero a Marcianise e furono sistemati in sede nel giugno del 1788[vii]. In tal modo rimase scoperta una delle dodici cappelle laterali che successivamente venne occupata dal gruppo scultoreo con le statue dell’arcangelo Raffaele e Tobia. Un risultato della controversia Domenico Mondo, però, lo vide subito e riguardò il deciso aumento del prezzo dei quattro “Dottori della Chiesa”, per i quali ricevette ulteriori 200 ducati a titolo di “un fiore di sopra il prezzo col medesimo stabilito … per essere i medesimi riusciti soprammodo eccellenti” che portarono quindi il prezzo complessivo per i quattro quadri del transetto a 340 ducati, ovvero 85 ducati a quadro, mentre non vennero mai realizzate, nonostante l’anticipo percepito, le quattro lunette (due per parte) degli archi dei cappelloni[viii]. In verità per questa ulteriore opera, che avrebbe concluso del tutto la decorazione del transetto, il Mondo aveva ricevuto anche le tele[ix]. E’ probabile che la mancata esecuzione delle quattro lunette fosse dovuta al mancato accordo sul prezzo delle stesse. In totale quindi Domenico Mondo realizzò per la chiesa dell’Annunziata di Marcianise nove tele, di cui cinque poste nelle cappelle laterali delle due navate minori e quattro, raffiguranti i “Dottori della Chiesa”, negli spazi dei finestroni del transetto. Una di queste, raffigurante Sant’Ambrogio è andata perduta.

Nella navata laterale di destra (procedendo dall’ingresso) la seconda cappella presenta il quadro di Domenico Mondo raffigurante “Santa Lucia, San Martino e San Francesco di Paola”. Il terzo dei santi deve essere identificato senza alcun dubbio con San Francesco di Paola e non, come è riportato nella tabella presente in chiesa, con Santo Antonio Abate. In verità l’errata indicazione è presente anche in pubblicazioni a stampa all’origine della falsa informazione[x]. I tre santi raffigurati sono stati probabilmente scelti perché fatti oggetto di devozioni particolari, presenti negli altari smantellati con la ristrutturazione di fine Settecento. Il quadro, articolato su una composizione piramidale, vede al vertice superiore la figura di Santa Lucia assisa su di una nube che tiene con la mano destra una pisside su cui sono raccolti due bulbi oculari (tradizionale raffigurazione della santa martire) mentre alle sue spalle un angelo reca la corona e la palma appunto del martirio. In basso sulla sinistra San Martino di Tours, in abbigliamento di ufficiale romano, mentre lascia cadere a terra metà del mantello rosso che in parte ancora lo adorna. San Martino è in piedi su dei gradini con il braccio destro appoggiato ad uno scudo. Alle sue spalle sull’estrema sinistra si intravede la testa di un cavallo dalla cui groppa secondo il noto racconto era appena sceso per dividere il mantello con un povero. Sul lato destro è San Francesco di Paola, seduto nel tipico saio dei frati minimi (ordine da lui fondato) che regge con la destra un bastone e leva in alto la mano sinistra. In basso sempre sulla destra abbandonati sui gradini una corona e un manto regale con i gigli di Francia, allusione evidente alla monarchia francese presso cui San Francesco di Paola fu ospite per buona parte della sia vita. E’ un quadro di ottima fattura di un pittore nella sua piena maturità (Domenico Mondo nel 1788 ha 65 anni), che inclina sempre più verso uno stile classicheggiante, ma che non rinuncia alla ricchezza compositiva e coloristica.

Idealmente diviso in tre parti, il quadro “Santissima Trinità con Santa Caterina d’Alessandria” nella terza cappella sempre della navata di destra raffigura nel registro alto la Trinità con il Padre a destra, Gesù con la croce a sinistra e al centro la Colomba dello Spirito Santo. L’atmosfera è naturalmente celestiale arricchita dalla presenza di angioletti seminudi. Forte la luce che si irraggia dall’alto in basso. In quello centrale domina la figura di Santa Caterina, raffigurata con il volto ispirato e il capo rivolto verso l’alto che con la mano destra indica le ruote dentate destinate al suo supplizio, frantumate dall’intervento celeste. Nel registro basso infine, a stento visibile nell’ombra, il corpo disteso visto di spalle del carnefice seminudo travolto dal miracolo. Il climax è abbastanza evidente in questo passaggio dalle tenebre dell’abiezione e del peccato alla luce paradisiaca dei misteri celesti. In mezzo la figura della vergine, chiamata al paradiso grazie al martirio simboleggiato dalla palma che un angelo mostra quasi sul suo capo. Anche qui la bella composizione descrittiva è risolta con significativa ricchezza, pur in un contesto decoroso e armonico.

Nella quarta cappella sempre della navata di destra troviamo il terzo quadro di Domenico Mondo, la “Madonna in trono con Bambino, San Casimiro, Sant’Antonio Abate, San Gennaro e San Francesco di Sales”. Si tratta di una sorta di sacra conversazione nella quale i quattro santi sono disposti intorno al trono solenne e maestoso della Madonna che ha in braccio il bambino Gesù. I quattro santi sono raffigurati secondo gli attributi tradizionali: San Casimiro, giovane principe polacco, è in piedi fasciato da un mantello rosso porpora e reca nella mano destra il giglio bianco simbolo della sua castità. A seguire, inginocchiato e con le mani protese, la veneranda figura di Sant’Antonio Abate, il fondatore del monachesimo cristiano, riconoscibile anche per la fiamma che brucia davanti a lui. Facilmente identificabile anche la figura di San Gennaro nel suo fluente abito vescovile recante in mano l’ampolla del suo sangue che porge verso Gesù. A chiudere il cerchio la figura un po’ marginale di San Francesco di Sales, del quale si vede solo il tronco in abbigliamento ecclesiastico. La composizione è abbastanza statica, anche se non mancano effetti scenografici, come quell’ampia tenda in alto che ricopre il trono della Madonna.

"Madonna delle Grazie con Santa Monica e Sant'Agostino" è il soggetto che il Mondo dipinse per la quinta cappella della navata di destra. Sant’Agostino in pomposo abbigliamento vescovile sulla sinistra appare circondato da libri, uno dei quali sorretto da un angioletto. Sulla destra la madre Santa Monica, che indicando il figlio ringrazia la Madonna delle Grazie, incombente su una nuvola, per la grazia appunto ricevuta della conversione del figlio Agostino, divenuto cristiano e addirittura vescovo. Il dialogo tra madre e figlio che si intuisce attraverso il quasi contatto delle loro mani protese appare non privi di accenti patetici, anche perché si svolge dinanzi a un’altra madre che ha in braccio, anzi stringe il bambino Gesù. E’ una sorta di struggente dialogo tra madri pensose del destino dei loro figli, ancora infante il bambino Gesù, già vescovo, sebbene ancora giovane sant’Agostino e maestro di dottrina, come dimostra il volume ponderoso che a stento regge l’angioletto posto in mezzo ai due santi. La Madonna ed il bambino sono posti in alto, tra nuvole, circondati da angeli e cherubini; Santa Monica è in basso in piedi, e si rivolge verso di loro. Accanto a lei, sulla sinistra, Sant'Agostino, seduto, indossa la mitra e il piviale rosso.


Nella terza cappella della navata di sinistra (sempre partendo dall’ingresso della chiesa) si trova l’ultima pala d’altare dipinta da Domenico Mondo, “La Sacra Famiglia con Sant’Anna e San Gioacchino”. Una raffigurazione abbastanza tradizionale del tema, arricchito dalla presenza oltre che della Madonna e di San Giuseppe, anche di Sant’Anna e di San Gioacchino genitori della Vergine Maria. Al centro della tela Sant’Anna abbraccia la Vergine che regge in braccio il bambino intento a giocare con San Giovannino al quale consegna un cardellino stretto tra le mani che è il motivo del gioco. In alto un gruppo di angioletti di varia dimensione sui quali domina quello che sdraiato su di una nuvola regge in alto con la mano destra una corona di fiori. E’ un quadro luminoso entro cui circola il clima appunto familiare e sereno allietato dal gioco infantile dei due bambini pieni di letizia. La sesta cappella della navate minore orientale la cui pala di altare era stata commissionata a Domenico Mondo e da questi non realizzata a causa della vertenza che lo impegnò con i governatori della Casa Santa, di cui si è già detto, fu l’ultima ad essere alla fine completata, ma non con un’opera di pittura, bensì di scultura e pittura insieme. Una vera novità all’interno della chiesa ove nessun altro altare è decorato con sculture. Per questa cappella che veniva a chiudere il ciclo di lavori legato alle nuove cappelle della chiesa, si decise, sicuramente dopo il 1788, di commissionare ad un ignoto autore napoletano un gruppo scultoreo in stucco dipinto su di un fondale anch’esso dipinto raffigurante l’incontro di Tobia con l’arcangelo Raffaele: un evento biblico tratto dal vecchio Testamento e in particolare del libro appunto di Tobia. Un episodio molto articolato che il gruppo scultoreo di Marcianise isola nel momento dell’incontro di Tobia sulle rive del fiume Tigri mentre è assalito dal grosso pesce e riceve l’esortazione dalla sua guida, appunto l’arcangelo Raffaele, a non aver timore e ad affrontare con fiducia la lotta con il pesce. Tobia vince la sfida e utilizza il cuore e il fiele dell’animale, sempre su esortazione di San Raffaele arcangelo, il primo per liberare la moglie Sara dalla possessione del diavolo Asmodeo e il secondo per ridare la vista al suocero Raguele. Questa storia che qui ho riassunto per sommi capi è stata sempre utilizzata in chiave devozionale come esempio di amore coniugale e soprattutto nell’ambiente napoletano era particolarmente coltivata. Spicca a questo proposito l’erezione della chiesa intitolata proprio a San Raffaele Arcangelo a Materdei a Napoli nel 1769, al cui interno è presente una raffigurazione scultorea dell’episodio di Tobia, del pesce e dell’intervento dell’arcangelo Raffaele, molto venerata e considerata prodigiosa proprio dalle giovani in cerca di marito. Il gruppo di Marcianise raffigura, su un fondale dipinto che riproduce il paesaggio intorno al fiume Tigri, l'arcangelo Raffaele abbigliato con una veste verde da pellegrino, con mantello blu e con due conchiglie applicate sulla parte alta del torace nell'atto di indicare a Tobia, accovacciato sulla riva di un fiume, il pesce che deve essere pescato. Tobia indossa un vestito verde e rosso. L’esaltazione dell’amore coniugale è alla base sicuramente della scelta fatta di dare spazio a questa antica devozione, ma si lega anche in qualche modo all’usanza del “perdono”, ovvero il dono fatto dal marito alla moglie il giorno del 25 marzo, festa della Madonna Annunziata. A chiudere l’apparato iconografico del tempio mancano soltanto i quattro “Dottori della Chiesa”, realizzati da Domenico Mondo sempre nel 1788 ovvero nello stesso periodo delle pale per gli altari delle cappelle laterali. Questi erano destinati a ricoprire gli spazi tra le quattro finestre del Transetto, nella parte più alta del tempio. Attualmente però sono solo tre, essendo andato perduto il quadro che raffigurava “Sant’Ambrogio”.

San Gregorio Magno”, “San Girolamo”, “Sant’Agostino” sono dunque i tre che ancora si possono vedere. In cattivo stato di conservazione e troppo in alto per poter essere colti nei particolari dal basso ritraggono i tre Dottori della Chiesa, massimi esponenti della patristica latina, secondo i tradizionali stilemi della raffigurazione piuttosto accademica e tipizzata. Tutti sono seduti intenti a scrivere in ponderosi volumi. San Gregorio Magno, che fu papa (590-604), è effigiato con volto giovanile assiso su di una nuvola abbigliato con un vistoso manto rosso porpora che lo avvolge pressoché integralmente e in atteggiamento ispirato. Guarda verso l’alto all’indirizzo della colomba dello Spirito Santo che lo orienta per le sue opere dottrinali che si accinge a scrivere in un tomo che regge sulle gambe.

San Girolamo dipinto da vecchio è assiso tra le rocce del suo ritiro eremitico, in abbigliamento succinto con il torace completamente nudo e solo le gambe coperte con un manto. Anch’egli è intento a scrivere nel volume delle sue opere in un paesaggio aspro in cui non manca il classico leone che lo identifica.

Più costruita ed espressiva la figura di sant’Agostino, che il Mondo aveva già dipinto nel bellissimo quadro “Madonna delle Grazie con i santi Monica e Agostino”, posto nella terza cappella della navata minore orientale. Lì Agostino è riprodotto con abbigliamento vescovile e con la mitra ma il volto è di profilo. Qui l’abbigliamento è lo stesso solo che il santo è ritratto a volto intero, assiso su di un tronetto con bella barba, mentre sostiene con la mano sinistra il tomo delle sue opere. Un angioletto in primo piano regge il suo pastorale.

Ad intelligenza del lettore elenco le nuove cappelle realizzate nel numero totale di dodici (sei per navata) a fine secolo. Navata minore orientale o di destra (dall’ingresso verso l’altare maggiore): 1 Cappella della Madonna del Carmelo, con quadro di Francesco Narici, “Madonna del Carmelo e Santi” ,1784; 2 – Cappella di Santa Lucia, con quadro di Domenico Mondo, “Santa Lucia, San Martino, San Francesco di Paola", 1788; 3 – Cappella di Santa Caterina d’Alessandria con quadro di Domenico Mondo, “Santissima Trinità con Santa Caterina d’Alessandria”, 1788; 4 – Cappella della Madonna con quadro di Domenico Mondo, “Maestà con i Santi Casimiro, Sant’Antonio Abate, San Gennaro e San Francesco di Sales”, 1788; 5 – Cappella della Madonna delle Grazie con quadro di Domenico Mondo, “Madonna delle Grazie con Santa Monica e sant’Agostino”, 1788; 6 – Cappella di San Raffaele Arcangelo, con gruppo scultoreo di ignoto artista napoletano, “Tobia e l’Arcangelo San Raffaele”, ultimo decennio del sec. XVIII.

Navata minore occidentale o di sinistra (dall’ingresso verso l’altare maggiore): 1 – Cappella di San Lorenzo con quadro di Francesco Narici, “San Lorenzo appare a San Girolamo”, 1784; 2 – Cappella dell’adorazione dei Magi, con quadro di Francesco Narici, “Adorazione dei Re Magi”, 1784; 3 – Cappella della Sacra Famiglia con quadro di Domenico Mondo, “Sacra Famiglia con Sant’Anna e San Gioacchino”, 1788; 4 – Cappella dei Santi Innocenti, con quadro di Carlo Brunelli “La Strage degli Innocenti”, 1783; 5 – Cappella della Purificazione di Maria con quadro di Francesco Antonio Serio “Purificazione di Maria”, 1783; Cappella della Natività con quadro di Francesco Peccheneda, “Adorazione dei Pastori”, 1783".


NOTE [i] “MONDO, Domenico. – Nacque a Capodrise, presso Caserta, il 12 maggio 1723 da Marco e da Irene Giannattasio. Il padre era un illustre letterato e giureconsulto; sono noti i suoi contatti con eruditi napoletani quali M. Egizio, nonché con pittori della cerchia di F. Solimena. Proprio nella prolifica bottega di quest’ultimo il M. si formò, negli ultimi anni di attività del maestro. Il silenzio di B. De Dominici – che non lo inserisce tra i pur numerosi allievi di Solimena da lui citati nelle Vite de’ pittori, scultori, ed architetti napoletani, date alle stampe tra il 1742 e il 1745 – induce comunque a ritenere che l’ingresso del M. in quella scuola non sia avvenuto prima del quinto decennio del secolo. Gli anni in cui il M. frequentò la bottega di Solimena sono quelli del ritorno del maestro alla grande tradizione della pittura barocca napoletana di M. Preti e L. Giordano, dopo un lungo periodo di avvicinamento al classicismo romano di C. Maratti. Il «tenebrismo» e la pittura fortemente macchiata di questa fase estrema della produzione di Solimena – da cui presero le mosse altri suoi allievi, come G. Bonito e G. Cestaro – caratterizzano le prime prove del Mondo. Siglata e datata 1747, anno di morte del maestro, è la pala con S. Marco e la Fede nella chiesa di S. Andrea a Capodrise; per lo stesso edificio, sua chiesa parrocchiale, il M. eseguì negli anni successivi altre tre pale d’altare, l’ultima delle quali (Madonna col Bambino e i ss. Andrea e Giovanni Evangelista) firmata e datata 1757. Il debito nei confronti del maestro è esplicito nel caso dell’Assunta, ripresa puntuale di quella dipinta da Solimena nel 1708 per la napoletana chiesa del Carmine. Un’evoluzione stilistica è già ravvisabile in queste prime opere, scalate nell’arco di un decennio: il chiaroscuro intenso e drammatico, in cui figure scultoree creano composizioni monumentali tutte giocate sul primo piano, lascia progressivamente spazio a una più complessa costruzione spaziale degli sfondi, nonché a brani di fragrante naturalismo. Al principio del sesto decennio è databile l’Assunzione della Vergine in S. Maria Assunta a Recale, ancora nel Casertano; il dipinto, liberamente ispirato alla pala di Solimena nel duomo di Capua, appare stilisticamente affine a un disegno della Società napoletana di storia patria, che costituirebbe pertanto la prima testimonianza grafica del M. pervenuta. Con un corpus di oltre 150 fogli, il M. s’impone come uno dei più prolifici disegnatori del Settecento napoletano, al punto che la sua grafica ha incontrato il favore della critica e del mercato più della sua pittura; in virtù di una produzione tanto copiosa nei disegni, è possibile seguire il suo percorso stilistico forse più agevolmente che attraverso i dipinti. Si tratta quasi esclusivamente di studi a penna, largamente e abilmente ritoccati a biacca e acquerello, il cui effetto estremamente pittorico dichiara una spiccata vocazione per il momento puramente inventivo, ovvero per quella fase del processo creativo cui il M. sembra essere stato più interessato: la sua eccellenza nell’ «invenzione» è infatti ricordata nella prima biografia pervenuta, scritta quando il M. era ancora in vita. È verosimile che egli concepisse almeno parte dei suoi disegni come opere fini a se stesse e non come semplici studi preliminari a un dipinto. L’originalità e l’eleganza dello stile grafico del M. fanno di lui, a buon diritto, «il più brillante dei solimeneschi napoletani». Risale al 1752 la prima commissione documentata del M. a Napoli. Si tratta significativamente di un’opera grafica, ovvero del disegno per un’incisione con il ritratto di Diego Pignatelli d’Aragona, posto nel frontespizio della Relazione di una celebrazione tenutasi nella chiesa dei Ss. Apostoli in memoria del suddetto Pignatelli, duca di Terranova e Monteleone, morto nel 1750; il M. si ispirò verosimilmente al ritratto di don Diego dipinto da Solimena intorno al 1730. Nello stesso volume, pubblicato a Napoli nel 1753, è contenuto un sonetto che rappresenta l’esordio letterario del Mondo. Presso i suoi contemporanei egli era infatti altrettanto noto come poeta d’occasione che come pittore: sua è una Scelta di rime bernesche raccolte in un manoscritto nel quale sono riportate, come estremi cronologici, le date 1778 e 1787. Le Rime dovettero tuttavia essere composte in un arco di tempo molto più ampio, almeno dall’inizio dell’ottavo decennio, a giudicare da alcuni riferimenti biografici in esse contenuti; ulteriori dodici liriche sono databili agli anni 1789-1802. Il modello del M., dichiarato già nel titolo, è la poesia satirica di F. Berni, che peraltro conobbe una vasta fortuna nel Settecento; non mancano tuttavia garbati componimenti di sapore arcadico. Le occasioni che diedero origine alle Rime sono le più disparate, dal volo di Vincenzo Lunardi su un pallone aerostatico, avvenuto a Napoli nel 1789 (ibid., pp. 202-205), all’arrivo nel Regno del generale Gioacchino Murat nel 1802 (ibid., p. 214). Il carattere per lo più autobiografico di queste liriche, di cui spesso è indicato il destinatario, è estremamente utile per capire quali fossero le amicizie del Mondo. Nel 1754 il M. effettuò un viaggio di istruzione a Roma, come attestano le lettere che il padre gli scrisse in quell’anno da Napoli: sappiamo dunque che frequentò l’Accademia di Francia e che ebbe modo di visitare le collezioni di antichità capitoline. Il padre lo sollecitava a procurarsi riproduzioni incise della Galleria Farnese consultandosi col «sig. Benefiani», verosimilmente M. Benefial, pittore notoriamente polemico nei confronti dell’ambiente accademico. La notizia dell’acquisto di una stampa della Morte di Germanico di N. Poussin sembra tuttavia confermare l’immagine di un pittore desideroso di formarsi su solide basi classiciste; è peraltro verosimile che a Roma il M. abbia studiato attentamente anche le opere di S. Conca e di C. Giaquinto, entrambi formatisi a Napoli nell’orbita di Solimena, nel tentativo di temperare le suggestioni accademiche con una pittura più sensuale.. Nel 1755, di nuovo a Napoli, terminò la pala con L’opera di misericordia del vestire gli ignudi per l’altar maggiore di S. Giuseppe dei Nudi, oggi dispersa. Con la morte del padre, nel 1761, iniziò per il M. un periodo di difficoltà economiche che lo accompagnarono fino alla morte. Almeno in parte, queste dovettero essere conseguenza di scelte non troppo oculate, come quella di eseguire quattro tele per la chiesa napoletana di S. Aspreno ai Crociferi, nel 1762, senza alcun compenso e probabilmente anche nel tentativo di farsi un nome: cinque anni dopo era ancora in corso una vertenza con i padri crociferi per il pagamento, conclusasi solo nel 1771. Da un punto di vista stilistico, le tele di S. Aspreno (S. Pietro battezza s. Aspreno, La morte di s. Giuseppe, l’Incontro di s. Carlo Borromeo e s. Filippo Neri, S. Lucia visita il sepolcro di s. Agata) rivelano un avvicinamento alla declinazione arcadica della pittura di Solimena proposta da F. De Mura, che tuttavia si risolve in un risultato piuttosto freddo e accademico. La tela raffigurante l’Incontro di s. Carlo Borromeo e s. Filippo Neri, basata su quella eseguita nel 1702 da Giordano per la chiesa dei Girolamini, conferma la costante ricerca sulle fonti barocche. Parallelamente, si fa più stretto il rapporto con Giaquinto, rientrato a Napoli nel 1762: attraverso lo studio delle sue opere, il M. recuperò la vaporosa eleganza di G. Del Po (Spinosa, 1967). Le affinità con Giaquinto hanno determinato in passato una certa confusione tra i due pittori, soprattutto per la produzione pittorica e grafica del M. tra il 1760 e il 1780. Il M. risiedeva sicuramente a Napoli nel 1765, anno in cui nacque la prima figlia dal matrimonio con Teresa Giannattasio; la nascita di altre quattro femmine (l’ultima nel 1776), insieme con la decisione di vivere nella capitale, indubbiamente aggravò la sua già precaria situazione economica. Fu forse questa situazione a spingere il M. a riallacciare i rapporti con la propria terra d’origine, sullo scorcio del settimo decennio: a questi anni sono databili l’Immacolata e la Trasfigurazione nella chiesa del Ss. Salvatore di Recale e la decorazione di una sala del cosiddetto palazzo Mondo a Capodrise (che in realtà non fu mai residenza della famiglia del pittore). In queste opere si osserva una progressiva semplificazione formale, per esempio nel taglio quasi geometrico dei volti, addolcita tuttavia da una grazia e da un cromatismo ancora giaquinteschi. Il ritorno nel Casertano fu probabilmente motivato anche dalle speranze del M. di essere coinvolto nel cantiere della reggia di Caserta, avviato nel 1752 sotto la direzione di L. Vanvitelli (cui, non a caso, il M. dedicò un sonetto nel 1770; l’architetto, di formazione romana, dovette del resto apprezzare la pittura del M., aggiornata sugli esempi dei «solimeneschi romanizzati» Conca e Giaquinto. L’avvicinamento del M. alla corrente classicista – attestato anche dalla sempre maggiore frequenza di temi moraleggianti tratti dalla storia antica nelle sue opere – si conformava al nuovo clima della corte di Ferdinando IV di Borbone e soprattutto ai gusti artistici della regina, l’austriaca Maria Carolina, sostenitrice di un rappel à l’ordre ben espresso dal tedesco J.Ph. Hackert, nominato pittore di corte nel 1786. In effetti, all’inizio dell’ottavo decennio il M. ottenne finalmente alcuni importanti riconoscimenti ufficiali: nel 1771 fece il suo ingresso nella Reale Accademia del disegno; l’anno seguente Vanvitelli lo chiamò a lavorare nel Palazzo reale di Caserta. Nonostante la scelta di edificanti temi classici, frequenti, nell’ottavo decennio, anche nei suoi componimenti poetici, il M. non si convertì mai del tutto alla corrente neoclassica. La morte di Vanvitelli, nel 1773, rallentò l’effettiva partecipazione del M. al cantiere di Caserta; viste le difficoltà nell’ottenere commissioni in patria, egli cominciò a valutare l’ipotesi di trasferirsi alla corte di Vienna, sperando nella protezione del ministro Johann Joseph von Wilzeck, cui era stato introdotto dall’influente amico e illustre storiografo casertano Francesco Daniele; le sue speranze tuttavia svanirono quando il ministro fu richiamato a Vienna nel 1778, benché il M. continuasse a supplicarlo nelle sue liriche. Nel 1778 compose un capitolo per il conte C.G. Firmian (Zazo, pp. 172-174), già ministro imperiale a Napoli, poi trasferito a Milano; in esso sono descritti due dipinti per lui eseguiti ma non identificati. Finalmente, tra il 1778 e il 1780 il M. riuscì a portare a termine la decorazione della sala delle Dame nella reggia di Caserta, consistente in una serie di sovrapporte e sovraspecchi raffiguranti eroine dell’antichità. Nel 1781 sottoscrisse il contratto relativo all’esecuzione di una serie di tele destinate alla chiesa dell’Annunziata a Marcianise, portate a termine soltanto tra il 1787 e il 1788; nel frattempo (1785-87) affrescò il Trionfo delle armi borboniche sostenute dalle Virtù sulla volta del salone degli Alabardieri nella reggia casertana, composizione alquanto farraginosa – ispirata ad analoghi soffitti di Solimena, F. Celebrano e P. Bardellino – la cui elaborazione è documentata da diversi studi grafici e da un bozzetto oggi al Louvre di Parigi. Intanto, nel 1784 era stato pubblicato da Daniele un volume su I regali sepolcri del duomo di Palermo, con frontespizio inciso da F. La Marra su disegno del Mondo. Negli stessi anni il M. eseguì pale d’altare per diverse chiese a Caserta (Madonna del Rosario e santi per la cappella della congrega del Rosario, attualmente in deposito nella reggia; Santa monaca nella chiesetta di S. Sebastiano) e nei dintorni (Arcangelo Michele nell’Annunziata di Capua; Madonna col Bambino, S. Giacomo e altro santo in S. Giacomo a Pollena Trocchia). Nel 1789 gli fu pagato un disegno per il frontespizio dell’Atlante marittimo delle Due Sicilie, commissione che però gli fu sottratta dai fratelli Hackert, supervisori dell’impresa, in favore del tedesco Ch.H. Kniep, artista prediletto da W. Goethe. Nel 1789 morì il direttore dell’Accademia, G. Bonito: per accontentare sia il segretario Daniele, amico del M., sia la famiglia reale, favorevole al tedesco J.H.W. Tischbein, la direzione fu assegnata a entrambi i pittori. Benché la collaborazione tra i due fosse pacifica (Tischbein), il M. negli ultimi anni di attività restò ai margini della cultura ormai pienamente neoclassica che aveva preso il sopravvento a Napoli, ripiegandosi semmai sui modelli della sua giovinezza. Lo dimostrano alcuni disegni, databili a questa fase, in cui sono copiati gli affreschi di Preti sulle porte delle mura di Napoli. Mentre le sue condizioni di salute peggioravano, anche il tono della sua poesia si fece più stanco e mesto; nel 1799 scrisse due aspri sonetti contro il governo dell’effimera Repubblica Partenopea. È databile agli ultimi anni di vita un gruppo di fogli in cui favole mitologiche, studi accademici e temi religiosi sono trattati con lo stesso segno sfibrato e rarefatto, tra intense macchie di biacca e acquerello. Il M. morì a Napoli il 10 genn. 1806”. M. Epifani, Domenico Mondo, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, Volume 75 (2011), passim. [ii] “1781 – 20 Luglio. Ducati 135 pagati a Domenico Mondo per anticipazione di un terzo delli ducati 405 prezzo stabilito per sei quadri da fare dal medesimo per uso della Chiesa”. ASM - AGP SEC. XVIII - AGP 1779-1790 BILANCI, p. 336. “1781 – 13 Ottobre. Ducati 65 pagate a D. Domenico Mondo a compimento di ducati 200 che li altri 135 l’ha ricevuti con altra poliza e tutti a conto di ducati 405 intiero prezzo convenuto per la dipintura di sei quadri da farsi per uso di detta Chiesa”. ASM - AGP SEC. XVIII - AGP 1779-1790 BILANCI, p. 337. [iii] “1788 – 2 Gennaio. Ducati 200 per banco dei Poveri pagate a D. Domenico Mondo a compimento di ducati 400 ed in conto così del prezzo convenuto per la dipintura di sei quadri per servizio per servizio di questa Chiesa, giusta l’Istrumento stipulato a 18 Giugno 1781 per mano del Not. Domenico Passalacqua di Napoli che del prezzo convenuto per la dipintura di altri sei quadri da farsi dal fu D. Girolamo Starace, che per la di lui morte ne è stato il suddetto Mondo Incumbenzato con averne accettato tutti i patti e prezzo convenuti col suddetto defunto Starace in virtù di detto Istrumento e ciò in esecuzione di due decreti dell’Ill. Soprintendente atteso li altri duc. 200 l’ha precedentemente ricevuti con altre polize per lo Banco di San Giacomo”. ASM - AGP SEC. XVIII - AGP 1779-1790 BILANCI, p. 466. [iv] “1788 – 22 Marzo. Ducati 130 per Banco dei Poveri pagate a D. Domenico Mondo cioè duc. 100 a compimento di ducati 500, atteso li altri 400 l’ha precedentemente ricevuti per detto Banco e quello di San Giacomo per l’intiero importo di cinque quadri grandi per le cappelle di questa Chiesa convenuto con esso D. Domenico che col defunto D. Girolamo Starace a ducati 100 l’uno giusta l’Istrumento stipulato per Not. Domenico Passalacqua di Napoli e ducati 30 in conto degli altri quadri fuori delle Cappelle descritti e convenuti in detto Istrumento e ciò in esecuzione di più decreti dell’Ill. Soprintendente e Relazioni dei mag. Governatori”. ASM - AGP SEC. XVIII - AGP 1779-1790 BILANCI, p. 466. [v] “1788 – 19 Aprile. Ducati 140 per detto Banco pagate al suddetto Mondo per l’intiero importo dei quattro quadri da esso dipinti per li finestroni della Crociera di questa Chiesa, che trovavansi seco, e col defunto D. Girolamo Starace convenuti a duc. 35 l’uno, in virtù di detto Istrumento, giacché li ducati 30 anticipati nella suddetta polizza restano per anticipazione dell’altri quattro quadri da esso D. Domenico faciendi a forma di lunette e ciò in esecuzione dei decreti dell’Ill. Soprintendente”. ASM - AGP SEC. XVIII - AGP 1779-1790 BILANCI, p. 466. [vi] Mandato di duc. 1,60 pagati a “Dott. Fisico D. Francesco Saverio Mazzarella e Not. Tomaso Amoroso, uno di vari Governatori e Cancelliere di essa Real Chiesa per affitto di calesse occorso per conferirsi in Capua ed ivi avanti dell’Ill. Sig. Marchese Mauri Delegato tener sessione col Mag. Pittore d. Domenico Mondo per alcune pretensioni da questi affacciate circa li quadri da esso fatti e faciendi. Marcianise li 19 Novembre 1788”. ASM - AGP SEC. XVIII - AGP CONTI 1788-1789 - FASCETTA N. 392, p. 427. Relazione fatta dai Governatori in merito “alle pretensioni del Mag. Pittore D. Domenico Mondo, cioè di voler fare tutti li quadri negli ovali delle Cappelle al prezzo di ducati cento per ciascuno ed a tal ragione essere soddisfatto delli otto quadri fatti e faciendi. Marcianise li 21 Novembre 1788”. ASM - AGP SEC. XVIII - AGP CONTI 1788-1789 - FASCETTA N. 392, p. 442. [vii] “1788 – 30 Giugno. Ducati 7,12 per detto Cassiere pagate a diversi per trasporto di 4 telari e 4 cornici da Marcianise a Napoli nella casa del Pittore Mondo e per portare da Napoli in Marcianise 5 quadri da esso dipinti per questa suddetta chiesa”. ASM - AGP SEC. XVIII - AGP 1779-1790 BILANCI, p. 466. [viii] “1788 – 20 Dicembre. Ducati 200 pagati al Dipintore D. Domenico Mondo per un fiore di sopra il prezzo col medesimo stabilito di 4 quadri rappresentanti i 4 Dottori di Santa Chiesa per essere i medesimi riusciti soprammodo eccellenti, per cui esso D. Domenico pretese compenso maggiore e dopo vari atti si compose tal faccenda per detta somma”. ASM - AGP SEC. XVIII - AGP 1779-1790 BILANCI, p. 497. [ix] Mandato di ducati quarantotto pagati “al Telajolo Sig. Andrea Gentile per prezzo di quattro tele da costui fin dallo scorso mese di Luglio consegnate al Professore di Figure D. Domenico Mondo incumbenzato per la confezione dei quadri che occorrono per essa Real Chiesa, giusta l’appalto fatto cl medesimo Sig. Mondo. Marcianise li 27 Settembre 1788”. ASM - AGP SEC. XVIII - AGP CONTI 1788-1789 - FASCETTA N. 392, p. 316. Dichiarazione del Telajolo Andrea Gentile con la quale chiarisce di avere “fatto quattro tele impronite con ogni maggiore perfezione di palmi quindeci per sedeci l’una consegnate al Dipintore D. Domenico Mondo, incumbenzato a dipingere per le lunette di detta Chiesa. Capua 19 Settembre 1788”. ASM - AGP SEC. XVIII - AGP CONTI 1788-1789 - FASCETTA N. 392, p. 317. Attestazione di pugno di Domenico Mondo in cui dichiara “di aver ricevuto dal Sig. Andrea Gentile Telajolo le quattro tele di palmi 15 per 16 per li soprarchi dei Cappelloni della suddetta Chiesa di AGP di Marcianise. Napoli 19 Settembre 1788. Domenico Mondo”. ASM - AGP SEC. XVIII - AGP CONTI 1788-1789 - FASCETTA N. 392, p. 318. [x] S. Costanzo, La chiesa dell’Annunziata, cit. p. 83.

Dal volume Salvatore Delli Paoli, La Chiesa della Santissima Annunziata di Marcianise nel Settecento, Fonti e Studi per la Storia di Marcianise e di Terra di Lavoro, Marcianise 2020, Libritalia Edizioni pp. 147-152.



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