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IL CANONICO PASQUALE VASTANO: LA LEZIONE DI UN GRANDE INTELLETTUALE E SACERDOTE CATTOLICO DEL SECOLO SCORSO

di Salvatore Delli Paoli


Due volumi pubblicati a distanza di un anno e curati da Gianfranco Bova, ma stavolta non si tratta di testi di pergamene, come ormai lo studioso sammaritano diffonde con costanza periodica da svariati anni: un’opera preziosa ed esclusiva che non ha precedenti, un progetto, ormai in stato avanzato di pubblicazione in edizione critica delle pergamene della chiesa capuana, quella chiesa di cui faceva parte il protagonista dei due libri cui accennavo all’inizio, don Pasquale Vastano, canonico della concattedrale di Santa Maria Capua Vetere e poi della cattedrale di Capua, nato nel 1881 e morto nel 1961, prozio dello stesso Bova.

Questi completa così, dopo un primo volume apparso nel 2006, la raccolta delle opere del canonico, dedicata appunto agli scritti editi e inediti (Giancarlo Bova a cura, Scritti editi ed inediti del canonico Pasquale Vastano, segretario del cardinale capuano Capecelatro, Palladio editrice, Salerno 2023, volume primo). A questo è strettamente connesso il volume secondo

(Giancarlo Bova (a cura), Prediche postume del canonico Pasquale Vastano segretario del cardinale capuano Capecelatro, Palladio Editrice Salerno 2022, volume secondo), che ci trasporta nell’ambito dell’attività peculiare alla quale è stata dedicata l’intera vita religiosa del sacerdote, ovvero la predicazione.

In verità a ben guardare anche le opere edite ed inedite nascono da un’urgenza etica e da una pressante esigenza di natura evangelica presente anche quando il Vastano fa il filologo, come nel caso della sua tesi di laurea impostata sul parallelo tra Quintiliano e Sant’Ilario di Poitiers.

Una ricerca molto originale che si propone di identificare e riconoscere il peso dell’influenza quintilianea presente nel De Trinitate l’opera maggiore di Ilario di Poitiers (310-367), uno dei primi padri della chiesa latini.

Uno studio molto accurato che delinea con minuzioso scrupolo filologico la volontà del padre della chiesa di servirsi dell’apparato retorico di cui Quintiliano è maestro riconosciuto, senza gli scrupoli di diffidenza che anima ad esempio buona parte degli apologisti cristiani, radicali oppositori del mondo classico, perché pagano.

Del resto il corredo culturale di Vastano era ampio e comprendeva sia una severe dottrina dommatica ma anche una straordinaria perizia basata sulla conoscenza di prima mano del mondo culturale latino e degli autori fondamentali. Era tra i pochi sacerdoti laureati in lettere classiche presso l’Università “Federico II” di Napoli dove aveva conseguito il titolo nel 1911 dopo essere stato segretario alle lettere latine al tempo del cardinale Alfonso Capecelatro arcivescovo di Capua dal 1880 al 1912, che aveva autorizzato la sua iscrizione all’Università.

Per ritornare alla sua tesi di laurea il Vastano illustra con grande dottrina la posizione di Ilario disposto, nonostante le riserve dei suoi predecessori, come ad esempio Tertulliano, a recuperare quel mondo di dottrina e di sapienza che benché pagano, può, anzi deve, essere riutilizzato, in quanto essenziale ad una corretta disciplina mentale e verbale. Quella posizione che sarà anche del massimo esponente della patristica latina quale fu sant’Agostino, grande retore e maestro di sapienza cristiana. E come in Agostino, a lui posteriore di una quarantina d’anni (354-430), non manca in Ilario lo spirito polemico di combattente per la fede autentica e per la verità nei confronti degli eretici e in particolare contro l’arianesimo nascosto e palese ai suoi tempi che diventa il bersaglio principale della sua costruzione teologica del mistero della Trinità e soprattutto di quello della incarnazione e della piena divinità della seconda persona, il Verbo incarnato vero Dio e vero uomo.

Lo stesso spirito di forte rigore critico è presente anche negli altri saggi presenti nel volume che spaziano ancora dal mondo classico con l’attenzione rivolta alle figure di Agamennone e di Clitennestra nel teatro greco e la loro attualizzazione nell’opera tragica di Vittorio Alfieri, in particolare l’Agamennone del 1783.

Ad interessarlo qui è il dipanarsi delle violente passioni e il rapporto della dimensione etica con il tumulto creato dagli interessi individuali. Vastano insomma interpreta quel mondo culturale alla luce della sua formazione cristiana e della sua missione sacerdotale. Svolge pienamente il ruolo di maestro e di educatore.

Tra i testi merita una citazione non secondaria il breve saggio dedicato alla storia del capitolo cattedrale di Santa Maria Capua Vetere, una vicenda del tutto originale che vede la fondazione del capitolo riunito intorno al primo vescovo di Capua, san Prisco, giunto a Capua con San Pietro nell’anno 42. Una istituzione addirittura apostolica che rinvia ad una diffusione del cristianesimo a pochi anni dalla morte di Gesù.

Il vescovo di Capua continuò a risedere in Capua, anche quando a Capua ormai non più romana arrivarono i Longobardi nel VI secolo che dopo le razzie dei saraceni nel IX secolo fondarono la nuova Capua sulle rive del Volturno nell’856. Con il trasferimento del vescovo nella nuova Capua non fu affatto abolito il capitolo che a Santa Maria Capua Vetere risiedette nella concattedrale al quale appartenne il canonico Vastano, dal 1923 trasferito alla cattedrale di Capua come canonico statutario, onore prima di lui concesso solo al grande Alessio Simmaco Mazzocchi.

In questo ufficio di canonico di entrambe le Capue, sia pure in tempi successivi, fu vissuta la vita sacerdotale di mons. Vastano che non assunse mai il ruolo di parroco ma spese le sue energie come educatore sia nel seminario poi anche nelle scuole statali e soprattutto nell’opera di predicatore.

Una figura che oggi sembra arcaica e di non facile comprensione, ma del tutto consona alle funzione di un sacerdote colto, dotato di ottimi studi classici, padrone dell’arte oratoria, alla base della formazione necessaria a chi esercita la parola per persuadere l’interlocutore e soprattutto per veicolare il messaggio evangelico.

Nella liturgia pre-conciliare la predicazione impegnava le energie e il tempo dei sacerdoti in numerose occasioni legate al calendario liturgico. Questo aspetto relativo al suo ministero sacerdotale emerge naturalmente con maggiore evidenza nell’altro volume che Bova dedica alle prediche postume del canonico Pasquale Vastano. Si tratta di 52 prediche tenute in diverse chiese della diocesi capuana nell’arco di un quarantennio dal 1916 al 1958 e sono attinenti ad un’attività liturgica oramai passata, quando la predica era al centro dell’attività sacerdotale legata non solo alla normale pratica di illustrare brani del Vangelo come nell’omelia durante la Messa, quanto all’obbligo di celebrare i momenti forti del calendario liturgico attraverso l’uso del pulpito da cui parlare alla massa dei fedeli.

L’attenzione si spostava dall’altare appunto al pulpito, la tribuna che sorgeva in genere a metà della navata centrale delle chiese monumentali in posizione elevata così da consentire all’oratore di essere visto e udito benissimo dai fedeli. Attualmente questi sono divenuti una sorta di arredo inutile di cui il fedele di oggi si interroga circa il loro significato. Nelle chiese monumentali sono caduti del tutto in disuso e nelle chiese moderne non vengono nemmeno più edificati. Così con gli spazi funzionali alla predicazione è scomparsa anche la predicazione stessa come momento centrale del culto religioso. La predicazione è oggi confinata alle brevi omelie durante le messe. Gli stessi sacerdoti di oggi non sono più preparati dagli sbrigativi studi che preparano al sacerdozio a questa forma di esercizio del ministero.

Per questi motivi l’opera di Bova di raccogliere le prediche del proprio prozio assume una valenza storica capace di far rivivere un momento culturale importante del messaggio cristiano diffuso nelle nostre contrade.

I momenti forti dell’anno liturgico sono tutti trattati dal canonico Vastano, la Quaresima, l’Avvento, la festa di Pentecoste, la Passione con le Tre ore di Agonia di Gesù sul Calvario o le Tre ore di Maria desolata. In queste ultime occasioni entrambe riferite al Venerdì santo, giorno della morte di Gesù, quando non si celebra la messa, con gli altari spogli e le immagini sacre coperte da veli violacei era proprio la predicazione a dominare il culto liturgico mediante una funzione di lutto collettivo, accentuato anche dalle parti musicali che si alternavano a quelle del sacerdote predicatore chiamato ad illustrare i vari momenti dell’estrema passione di Gesù. In questi casi il predicatore quasi mai coincideva con il parroco. L’occasione solenne richiedeva l’intervento di una sorta di sacerdote specialista nella predica.

Pasquale Vastano acquisì ben presto largo prestigio e la sua parola era particolarmente richiesta nei principali centri dell’ampia diocesi capuana, e naturalmente nelle varie e importanti chiese di Santa Maria Capua Vetere. Di particolare importanza è la predica delle tre ore di Maria desolata tenuta il 18 marzo 1946 nella magnifica basilica di Sant’Angelo in Formis: un vero e proprio gioiello di oratoria sacra, unita nella circostanza ai mottetti in musica e canto non sappiamo di quale autore, anche se il riferimento che ne fa il Vastano lascia credere che si trattò di musica molto ben eseguita “non dai soliti mestieranti di poco prezzo, ma da insigni maestri”.

Una parte non secondaria della produzione oratoria del Vastano è dedicata ai panegirici, ovvero discorsi ed elogi riferiti ai santi, che venivano pronunciati in occasione della festa patronale o in occasione di quella del titolare della chiesa ove il panegirico veniva tenuto.

Memorabile quello riferito a San Pietro del 29 giugno 1942 nella chiesa omonima di San Pietro in Corpo di Santa Maria Capua Vetere che ha un attacco di grande suggestione: “Un giorno un vecchio, che al primo apparire si annunciava subito come un pescatore, un vecchio dalla fronte abbronzata alla luce del sole rifessa sulle onde, ma insieme fatta radiosa alla luce di un’idea riflessa sul gran mare della vita; un vecchio che dallo sguardo rivelava un’anima semplice e profonda, passionata e fiera, generosa e indomita, giungeva a Roma. Non séguito, non armi, non esercito e neppure scienza ed eloquenza. Non aveva oro, quell’oro che, come aveva detto Giugurta, apriva le porte della città, e apre sempre, anche in tempi che non sono più quelli di Roma, le porte più ferree delle coscienze. Un’idea, una nuova idea che a lui e ad altri umili era stata predicata da un giovane Rabbi di Galilea, che a trentatré anni era stato crocifisso. Il suo Signore? Un crocifisso! Lui? Un pescatore! E così quel vecchio si illudeva di conquistare Roma e di conquistare i secoli.

In altre occasioni la predicazione assumeva il carattere di manifesta catechesi, in questo caso essa si svolgeva durante un ciclo di tre giorni, ovvero un triduo. Come quello tenuto nella chiesa di San Pietro in Corpo a Santa Maria CV dal 2 al 4 marzo 1946.

L’oggetto della catechesi verte sulla figura di Gesù del quale senza alcun dubbio il Vastano identifica lo “statuto” nel “Discorso della Montagna, magna charta del Cristianesimo”. Vastano va al centro della cristologia con un discorso essenzialmente evangelico, in cui parla il testo: “Il Discorso della Montagna è detto beffardamente la religione dei paradossi e delle antitesi. Ma il più grande paradosso, quale sembra il mistero eucaristico, è realizzato nelle esplicite parole di Cristo, ‘questo è il mio corpo, questo è il mio sangue’. Le più grandi antitesi sono superate dalla storia stessa del Cristianesimo. Otto beatitudini proclama Gesù, fra cui richiamo la vostra attenzione su tre in particolare ‘beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum coelorum’, esaltando contro i ricchi la povertà; ‘beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur’, esaltando contro i gaudenti il dolore; ‘beati mundi corde, quoniam ipsi Deum videbunt’, esaltando la purezza contro i sensuali. Sono queste le norme basilari della morale cristiana, per l’attuazione della quale Gesù ci inculca la necessità della preghiera, della confessione e della comunione. Sono queste le fondamentali antinomie fra le massime del mondo e le massime di Cristo”.

Un discorso sempre attuale, per questo la lettura di queste opere di un intellettuale cattolico del secolo scorso, nato addirittura nell’Ottocento, nel mentre segnano una stagione irripetibile, meritano ancora di essere lette e profondamente meditate.

                                                                                                                                             Salvatore Delli Paoli

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